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15 februari 2010
Romano
Sabato 29 maggio 2010
MODERNIZZAZIONI FALLITE DEGLI STATI ARABO-MUSULMANI
C’è un aspetto del mondo islamico sul quale lei abbia delle riserve
Marco Casetta , americius142@hotmail.com

Caro Casetta, come altri lettori lei pensa che io abbia un pregiudizio filo-islamico e che i miei articoli siano viziati da una specie di partito preso. Un giornalista non dovrebbe mai citare se stesso, ma temo che in questo caso occorra fare una eccezione. Ecco, in sintesi, alcuni concetti tratti da cose pubblicate già qualche anno fa. Il Medio Oriente non è ancora riuscito a creare la sua versione dello Stato moderno. In questi Paesi il modello democratico europeo è diventato spesso oligarchia, affarismo, corruzione. Dove esistono petrolio e gas queste straordinarie ricchezze hanno spento gli spiriti animali dei migliori ceti mercantili e creato una economia della finanza più incline a gestire portafogli e a costruire lussuosi «compound» che a rischiare denaro promuovendo la nascita di nuove imprese. Là dove i proventi del sottosuolo sono stati distribuiti alle popolazioni, soprattutto sotto forma di esenzioni fiscali, le royalty hanno creato le perverse abitudini di un falso benessere. Con una sola eccezione, la Turchia (e con segnali incoraggianti provenienti da Marocco e Tunisia), i progetti di modernizzazione degli Stati arabo- musulmani sono falliti o hanno prodotto risultati alquanto inferiori alle promesse delle classi politiche che hanno conquistato il potere dopo la Seconda guerra mondiale. È fallita la modernizzazione fenicia del Libano, fondata sulle banche, l’intermediazione finanziaria e commerciale. È fallita la modernizzazione egiziana fondata sullo sfruttamento delle due grandi risorse naturali del Paese: la terra e il grande fiume. È fallita la modernizzazione algerina fondata sul petrolio, il gas e l’acciaio. È fallita la modernizzazione iraniana dello Scià, fondata sul petrolio. È fallita la più promettente, quella irachena, viziata dai deliri imperiali di Saddam Hussein. E sta fallendo la modernizzazione iraniana degli ayatollah fondata sul petrolio, il gas e l’uranio. Ogni Paese è un caso a sé. Ma esistono in queste crisi alcuni fattori comuni. Il primo di essi è la presenza di un corpo estraneo, lo Stato d’Israele, che ha contribuito alla nascita nei Paesi arabo-musulmani di un nazionalismo vittimista, frustrato e aggressivo. Un po’ di nazionalismo serve a consolidare la società e lo Stato. Troppo nazionalismo provoca guerre e dirotta il processo di sviluppo di un Paese su un binario morto. I leader arabi, da Nasser a Saddam, hanno dato prova a questo proposito di una singolare mancanza di saggezza e di lungimiranza. Il secondo fattore comune è la corruzione delle classi dirigenti, un tarlo che ha divorato le ricchezze dello Stato ed eroso la fiducia delle masse popolari. Il terzo fattore è la religione, al tempo stesso elemento di coesione e potente nemico della modernità. Non è sorprendente che le modernizzazioni fallite abbiano provocato in tutti i Paesi arabo-musulmani un rigurgito di fondamentalismo religioso. Mai tuttavia, nel corso dei miei viaggi, ho pensato che questi errori e questi fallimenti fossero il risultato di una radicata indisponibilità alla vita democratica o di una cultura naturalmente incline al fanatismo religioso. Ho sempre cercato di spiegare i travagli del Medio Oriente con riflessioni storiche e politiche piuttosto che con teoremi etnico-religiosi. Forse è questa la parte delle mie analisi che a lei non è piaciuta.

Venerdì 28 maggio 2010
HITLER E «MEIN KAMPF» STORIA DEL SUCCESSO FORZATO
Ho letto recentemente dei favolosi proventi ricavati da Hitler con la vendita del suo (unico?) libro «Mein Kampf». Mi sorprende che, a mia memoria, nessuno storico ne abbia mai parlato. Quale fine hanno fatto i milioni di marchi di diritti d'autore di cui ha goduto e quindi, poiché ancora oggi il tristo volume è vendutissimo, a chi vanno attualmente i diritti? L’eredità in che consistette e chi ne beneficiò?
Francesca Farina , rosafrancefarina@fastwebnet.it

Cara Signora, non sono sicuro di poter rispondere a tutte le sue domande. Ma posso dirle che «Mein Kampf », pubblicato nel 1925, vendette 9.473 copie nel corso dell’anno e che la sua fortuna andò di pari passo, negli anni seguenti, con la progressiva ascesa del partito nazista toccando picchi molto alti soprattutto nei momenti delle grandi crisi nazionali e internazionali: 23.000 copie nel 1929, alla vigilia del grande crack finanziario di Wall Street, 54.000 nel 1930, 234.000 nel 1932, 13.000 nel solo mese di gennaio del 1933, in occasione delle elezioni politiche che permisero a Hitler di costituire il suo governo, e un milione complessivamente durante l’intero anno. Da quel momento tirature e vendite vengono gonfiate dall’abilità e dalla spregiudicatezza con cui la casa editrice del partito (Eher Verlag) sfrutta la vittoria per creare una circolazione forzata dell’opera di Hitler. Ai membri del partito (circa 10 milioni) viene chiesto di comprare una copia. Alle municipalità viene suggerito di regalarne una agli sposi in occasione di ogni matrimonio civile. Molte aziende ne fanno dono ai loro dipendenti quando vanno a riposo. Sembra che nel 1939, alla vigilia dell’inizio della guerra, il numero delle copie vendute avesse toccato i quattro milioni. Questi dati sono stati diligentemente raccolti da Othmar Plöckinger per un libro intitolato «Geschichte eines Buches: Adolf Hitlers Mein Kampf 1922-1945» (Storia di un libro: Mein Kampf di Hitler 1922-1945), apparso in Baviera nel 2006. Li ritroverà, cara Signora, nel libro di un giornalista francese, Antoine Vitkine, anch’esso intitolato «Mein Kampf, storia di un libro » e tradotto ora in italiano da Cairo Editore. Scoprirà così che la casa editrice tedesca aveva cavalcato l’onda del successo offrendo al mercato un «Mein Kampf» per tutti i gusti e tutte le tasche: edizioni cartonate, edizioni tascabili per i soldati in guerra, edizioni di lusso con copertine in pelle o in lino intrecciato. Vi sono persino edizioni speciali in grande formato con copertine in marmo di cui si vede la fabbricazione in un interessante documentario intitolato «Fascismo» e diffuso dall’Unione Sovietica negli anni Cinquanta. E ve n’è una in pergamena che ricorda quelle dei Vangeli. Secondo Max Amann, direttore della Eher Verlag, Hitler avrebbe ricavato dalle vendite del libro circa 15 milioni di marchi tedeschi, pari a circa 90 milioni di dollari odierni. Se ne servì per comperare il suo «nido d’aquila» sull’Obersalzberg, nei pressi di Berchtesgaden, ma anche per finanziare le campagne elettorali sino alla vittoria del 1933. Come ricorda Vitkine, grazie alla declassificazione di un rapporto della Cia, fu ritrovato nel 1996 un conto creato da Max Amann presso la banca Ubs di Ginevra dove erano state depositate somme importanti che sono state devolute a un fondo per il risarcimento delle vittime del III Reich. Hitler scrisse nel 1928 un altro libro, più breve, intitolato «L’espansione del Terzo Reich», in cui aveva previsto la Seconda guerra mondiale e annunciato l’intenzione di cercare all’Est, nelle terre russe, lo «spazio vitale della nazione tedesca». Ma l’editore sostenne che l’apparizione di un nuovo libro avrebbe danneggiato il primo e convinse Hitler a tenerlo nel cassetto. Trovato dopo la guerra, fu pubblicato negli anni Sessanta.

Giovedì 27 maggio
IL DIRIGISMO ALGERINO LA MALEDIZIONE DEL PETROLIO
È molto tempo che non si parla più della situazione politica dell'Algeria. Ho cercato anche sull’archivio storico del Corriere, ma, a parte notizie di sequestri nel Sahel, non ho trovato nulla che spiegasse la «calma mediatica». È stato raggiunto un equilibrio politico che ha interrotto la catena di attentati o altro?
Gaetano Berardi , berardi.gae@tiscali.it

Caro Berardi, Il presidente Abdelaziz Bouteflika governa da 11 anni, ha vinto le elezioni della primavera dell’anno scorso con il 90% dei voti, rimarrà al potere fino al 2014 e non esiste sull’orizzonte della politica algerina, per il momento, una sola persona che possa aspirare alla sua successione. Per qualche settimana il Paese è stato scosso da una ondata di scioperi che hanno coinvolto quasi tutte le categorie sociali: ferrovieri, operai delle industrie metalmeccaniche, impiegati delle amministrazioni locali, insegnanti, medici e paramedici. Come in Egitto, dove nuove forme di protesta sociale hanno colto di sorpresa il governo del presidente Mubarak, esiste ad Algeri una evidente contraddizione fra l’apparente stabilità politica del sistema e l’onda crescente del malumore popolare. Bouteflika ha aumentato considerevolmente negli scorsi anni la spesa pubblica per l’edilizia popolare, i trasporti, gli acquedotti (300 miliardi di dollari fra il 1999 e il 2009), può vantare un prodotto interno lordo per abitante che è passato dai 1.380 dollari del 1999 ai 4.300 del 2009 e un tasso di disoccupazione sceso nello stesso periodo dal 33% all’11%. Ricavo questi dati da un articolo di Cherif Ouazani apparso su Nouvelle Afrique dell’8 maggio. Ouazani osserva che i 300 miliardi di dollari degli ultimi dieci anni sono una somma tre volte più grande di quella stanziata dagli Stati Uniti nell’ambito del Piano Marshall: 15 miliardi del 1948, pari a 100 miliardi dei nostri giorni. Aggiungo che la spesa «assistenziale» del governo algerino, fra cui gli aumenti dei salari della funzione pubblica, rappresenterebbero un terzo del bilancio statale. Come spiegare, in queste circostanze, l’aumento della protesta popolare? L’Algeria non ha mai smesso di essere un Paese dirigista, affascinato dai grandi piani economici e meno aperto di altri Stati maghrebini (Marocco e Tunisia, per esempio) all’economia di mercato. Dopo qualche promettente riforma negli anni Novanta, Bouteflika ha nuovamente ceduto alle tentazioni protezioniste del passato. Ha reso la vita difficile agli imprenditori stranieri, ha introdotto regole più severe sul controllo dei cambi e il commercio estero, ha scoraggiato gli investimenti internazionali. In altre parole prevale ancora una volta al vertice dell’Algeria la convinzione che le risorse petrolifere consentano al Paese di fare da sé. Il risultato di questa politica è generalmente una economia rigida, controllata dall’alto, appesantita da una burocrazia parassitaria e da una nomenclatura opaca, quindi priva delle occasioni e degli stimoli che creano dinamismo sociale. È la «maledizione del petrolio », un morbo da cui sono afflitti molti Paesi medio-orientali.

Mercoledì 26 maggio 2010
IL PROBLEMA INTERCETTAZIONI E GLI INTERESSI DA TUTELARE
Un membro del governo di uno Stato estero ha espresso un’opinione (anzi, quasi una raccomandazione) su come il Parlamento italiano dovrebbe legiferare in materia d’intercettazioni. Mi farebbe piacere conoscere la sua opinione in proposito.

Enzo Raglio, e.raglio@alice.it

Ancora una volta l’Italia è stata «bacchettata» da una personalità di governo straniero senza che nessuno levasse alta la voce per far presente che simili interferenze sono intollerabili, specie se raffrontate ai silenzi nei confronti di altri Paesi colpevoli di più gravi inosservanze di regole democratiche (per non parlare delle regole in materia di pubblicazione vigenti in Francia).

Franco Barbalonga, barbafranco@alice.it
Enzo Raglio, Franco Barbalonga

Cari lettori,
l’autore delle dichiarazioni si chiama Lanny Breuer ed è capo della Divisione Penale del Dipartimento americano della Giustizia. È quindi un pubblico ufficiale, giunto in Italia per partecipare alle cerimonie di Palermo in onore di Giovanni Falcone: un atto di omaggio ai magistrati e alle forze dell’ordine con cui gli Stati Uniti hanno da tempo eccellenti rapporti di collaborazione. Ha parlato in occasione di un incontro con i giornalisti e avrebbe fatto bene a non esprimere «concern » (preoccupazione) per i cambiamenti introdotti dal governo in materia d’intercettazioni nel disegno di legge ora in discussione alle Camere. Quando il Parlamento di un Paese amico sta deliberando, i funzionari stranieri dovrebbero stare zitti. E il ministro degli Esteri Franco Frattini avrebbe fatto bene a ricordarlo. Questo episodio, quindi, non mi è piaciuto. Commetterei un peccato di omissione, tuttavia, se non dicessi che molte altre cose, in questa faccenda, non mi sono piaciute. Penso anzitutto a un disegno di legge che cerca d’intimidire la stampa, tra l’altro, minacciando pesanti multe per gli editori dei giornali «colpevoli ». Non ho mai pensato che il proprietario di un giornale possa e debba restare estraneo alla sua linea. Ma la multa prevista dal disegno di legge lo autorizza implicitamente a mettere becco nella gestione quotidiana dell’informazione e intacca considerevolmente la responsabilità del direttore, vale a dire, in ultima analisi, la libertà di stampa. Non mi è piaciuto inoltre che la magistratura, nel suo complesso, abbia difeso le intercettazioni senza dare la sensazione di comprendere che la responsabilità degli eccessi ricadeva oggettivamente sulle Procure. Se le droghe custodite nella farmacia di un ospedale vanno a finire sul mercato, il direttore ha l’obbligo di riorganizzare i suoi servizi in modo che questo non accada. Quante Procure hanno cercato di individuare i responsabili delle fughe? Quanti procuratori hanno preso concreti provvedimenti per impedire che conversazioni intime e personali, prive di qualsiasi rilevanza giudiziaria, finissero in pasto alla pubblica opinione? Quale è stato in questa vicenda il ruolo del Consiglio superiore della magistratura, dell’Associazione Nazionale magistrati, del difensore della privacy? Confesso infine che non mi è piaciuto nemmeno l’atteggiamento di molti giornali, più attenti ai rischi della concorrenza che alla protezione della sfera privata dei cittadini. L’Ordine dei giornalisti avrebbe potuto farsi promotore di un regolamento deontologico. Avrebbe colto questa occasione per smentire tutti coloro (io fra questi) che non credono alla sua utilità. Tutti quindi hanno trattato la questione delle intercettazioni con criteri e interessi corporativi. La responsabilità maggiore, naturalmente, è del governo, autore di un progetto che odora di rivalsa e intimidazione. Ma dubito che gli altri abbiano l’autorità morale per scandalizzarsene.

Martedì 25 maggio 2010
PERCHÉ LA MASSONERIA USA È DIVERSA DALLA NOSTRA
Ho letto con stupore che ben 9 su 55 dei firmatari della Dichiarazione di Indipendenza americana erano massoni, e che ben 14 presidenti su 44 erano pure massoni inclusi George Washington e Franklin D. Roosevelt. Quanti dei nostri presidenti della Repubblica erano massoni? Quale importanza ed influenza hanno i massoni oggi nella società italiana? E quale è l’atteggiamento contemporaneo della Chiesa cattolica verso i massoni?
Franca Arena, Sydney (Australia)

Cara Signora,
in Europa e in America la massoneria fu nel Settecento e in buona parte dell’Ottocento, una costola dell’illuminismo, un’associazione animata da una forte fede nei diritti del cittadino e nel progresso dell’umanità. Non è sorprendente quindi riscontrare una sua forte presenza nei movimenti nazionali e liberali dell’epoca. Ma fra la massoneria dei Paesi anglosassoni e quella dei Paesi mediterranei esiste da sempre una fondamentale differenza. Mentre la prima poté spesso contare sulla simpatia delle Chiese protestanti, la seconda dovette scontrarsi con l’ostilità della Chiesa cattolica per almeno due ragioni. In primo luogo anche la massoneria, per certi aspetti, era una religione ricca di omaggi all’Architetto dell’Universo e di complicate liturgie che mettevano in discussione le verità rivelate della Chiesa romana e la sua egemonia sulla società dei Paesi in cui il cattolicesimo era la confessione dominante. In secondo luogo i suoi programmi politici minacciavano l’esistenza dei troni che avevano stretto con l’altare un patto di mutua convenienza e rappresentavano una sfida all’Europa della restaurazione, creata a Vienna dopo la fine delle guerre napoleoniche. La differenza fra le due massonerie si è progressivamente accentuata. Mentre quella americana è diventata un club di persone genericamente ispirate dagli stessi ideali e dagli stessi interessi, le massonerie dell’Europa meridionale hanno subito una sorta di evoluzione genetica. Hanno conservato i riti dell’iniziazione, il gusto per la segretezza delle loro cerimonie e un certo stile cospiratorio, ma sono diventate al tempo stesso società di mutuo soccorso politico-economico. Fu questa evoluzione, verso la fine dell’Ottocento, che suscitò contro la massoneria italiana violente polemiche animate dai partiti di sinistra, dalle forze politiche cattoliche e più tardi dallo stesso partito fascista. Qualche giorno fa, su queste colonne, Paolo Rastelli ha ricordato un articolo con cui il Corriere, nell’aprile 1901, commentò un discorso in onore della massoneria pronunciato da Ernesto Nathan, gran maestro del Grande Oriente d’Italia e futuro sindaco di Roma. Il Corriere scrisse che i massoni di cui parlava Nathan erano «quali dovrebbero essere e non quali realmente sono: più che del bene altrui, troppi ve ne sono preoccupati dei vantaggi che la loro qualità può loro portare (...); nella vita politica essi hanno recato un elemento dissolutore: il reciproco appoggio per fini disinteressati ha finito per diventare mutua assistenza per interessi che giova far prevalere». Alcuni scandali, fra cui soprattutto quello della Loggia P2, hanno contribuito a diffondere questi giudizi. Penso che la massoneria italiana ne sia consapevole e che abbia fatto del suo meglio, in questi ultimi anni, per restituire a se stessa il decoro perduto. Ma credo che un «iniziato» alla presidenza della Repubblica non piacerebbe agli italiani. E in effetti nessuno dei nove che si sono succeduti al Quirinale dalla proclamazione della Repubblica a oggi è stato massone.

Lunedì 24 maggio 2010
PERCHÉ TUTTI I RE D’ITALIA DEVONO ESSERE AL PANTHEON
In una intervista in un programma tv sulla famiglia Savoia, lei ha sostenuto che c’è tuttora una forte ostilità al ritorno in patria delle salme di Vittorio Emanuele III e Umberto II, ora sepolti all’estero. Vuole illustrarne le ragioni, e in particolare se a suo avviso tale ostilità sia da attribuire esclusivamente al ceto politico che dovrebbe decidere se permetterne il rimpatrio, oppure sia diffuso anche nella pubblica opinione?
Domenico Albanese , domenico.albanese@unimi.it
Caro Albanese,
il movimento anti-monarchico percorre tutta la storia nazionale italiana sin dalla proclamazione del Regno. Le sue principali componenti, agli inizi, furono i mazziniani, gli anarchici di Bakunin, i socialisti di Andrea Costa, una buona parte della massoneria, quei settori del mondo cattolico per cui i Savoia erano usurpatori del legittimo potere papale. Anche il fascismo delle origini fu antimonarchico e non cessò di avere nelle sue vene, dopo l’evoluzione della linea tattica adottata da Mussolini per la conquista del potere, sangue repubblicano. La creazione della Repubblica Sociale, dopo il ritorno di Mussolini dalla Germania, non fu soltanto la rabbiosa reazione di un partito che il re aveva estromesso dal potere il 26 luglio 1943. Fu anche, per molti aspetti, uno spontaneo ritorno alle origini. Aggiungo che la Repubblica, probabilmente, non avrebbe mai conquistato la maggioranza dei sì nel referendum del 2 giugno 1946, se ai voti dei comunisti e dei repubblicani democratici non si fossero sommati quelli di coloro che avevano simpatizzato per la Repubblica Sociale. Sono queste le ragioni per cui il ritorno dei Savoia in Italia dovette attendere parecchi decenni e la traslazione delle salme dei due ultimi re suscita ancora oggi tante opposizioni. A me sembra invece che Vittorio Emanuele III e Umberto II dovrebbero essere sepolti nel Pantheon accanto a Vittorio Emanuele II e a Umberto I. Forse perché furono buoni sovrani e hanno quindi diritto a una tomba nel centro di Roma? Il giudizio sulla loro vita e sulle loro opere non è in discussione e sarà ancora per molto tempo oggetto di studi e polemiche. Dovrebbero tornare in Italia semplicemente perché sono nostri. Nel bene e nel male appartengono alla nostra storia nazionale, fanno parte del nostro patrimonio storico, culturale e civile. Non è necessario approvare la partenza di Vittorio Emanuele da Roma nella notte dell’8 settembre o credere nelle qualità di Umberto II per desiderare il ritorno in patria delle loro salme. È sufficiente volere che l’Italia conservi sul suo territorio tutto ciò che appartiene alla continuità della sua storia nazionale. A quanti temono che il Pantheon divenga in tal caso luogo di pellegrinaggi monarchici, rispondo che il vecchio tempio romano ha perso ormai qualsiasi sacralità. Se un corteo monarchico volesse deporre corone sulle tombe dei Savoia si scontrerebbe probabilmente con una fila di giapponesi in coda per vedere la tomba di Raffaello.

Domenica 23 maggio 2010
AVVENTURE E PRIGIONIA DI UN DIPLOMATICO IN CINA
In una delle prime riunioni del governo della Repubblica di Salò vennero approvati molti «schemi di decreto» riguardanti il collocamento a riposo dei diversi ambasciatori che non vollero aderire al nuovo regime prestando giuramento di fedeltà al Duce. E tra questi, l’ho scoperto per caso, vi fu anche un omonimo conterraneo della provincia di origine di mio padre, l’allora ambasciatore in Cina Francesco Maria Taliani. Con il proprio rifiuto, contrariamente a quanto fecero molti suoi consoli e collaboratori, Taliani finì con il trascorrere gli anni 1943-1945 come internato in un campo di prigionia dei giapponesi.
Mario Taliani , mtali@tin.it
Caro Taliani,
l’8 settembre del 1943 il suo omonimo era ambasciatore presso il governo fantoccio che i giapponesi avevano creato nella Cina occupata dalle loro truppe e viveva a Shanghai in una villa affittata dopo il trasferimento della rappresentanza diplomatica da Pechino. Quando giunse la notizia dell’armistizio firmato con gli Alleati, vi erano nel porto della città tre navi italiane, il Conte Verde e due cannoniere, a cui il governo Badoglio aveva ordinato di autodistruggersi. La prima fu semiaffondata, le altre si arenarono. I giapponesi ritennero Taliani responsabile di quell’atto «ostile» e lo rinchiusero nella sua villa sino a quando non giunse anche a Shanghai la notizia che Mussolini, nuovamente libero, aveva costituito la Repubblica Sociale e invitato i diplomatici italiani ad aderire. Cominciarono allora parecchi interrogatori durante i quali alcuni ufficiali giapponesi, accompagnati dai loro vassalli cinesi, cercavano di persuadere Taliani, con lusinghe e minacce, ad accogliere l’invito di Mussolini. Durarono sino al giorno in cui ricevette la visita di due giapponesi vestiti di nero e di un cinese in abito da cerimoniale. Impacciato, il cinese gli consegnò una «grossa busta coperta di bei caratteri». Era il telegramma con cui Mussolini gli comunicava che «con decreto in corso di registrazione era stato collocato a riposo a decorrere dal 16 ottobre». Da quel momento l’ambasciatore d’Italia divenne a tutti gli effetti un nemico e venne rinchiuso in un campo di concentramento con molti stranieri e altri italiani che avevano rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale. Lei troverà queste e altre notizie, caro Taliani, in un libro autobiografico, più letterario che politico, pubblicato da Mondadori nel 1949 sotto il titolo «È morto in Cina». Vi troverà, insieme a molti ricordi degli anni precedenti, la descrizione della vita nel campo, le angherie patite, il lavoro coatto, le privazioni e infine la notizia della sconfitta del Giappone fra detenuti pazzi di gioia e carcerieri impietriti, fra cui qualcuno fece harakiri. Aggiungo che Taliani aveva già avuto durante la sua carriera un altro momento avventuroso. Era accaduto a Pietrogrado, durante la rivoluzione del marzo 1917, quando gli insorti dettero l’assalto all’Hotel Astoria e il giovane Taliani (era nato nel 1887) meritò una medaglia di bronzo per avere contribuito «a mettere in salvo nei locali dell’ambasciata donne e bambini, con grande rischio della sua persona ». Ai ventuno mesi prigionia succedettero alcune settimane di caos durante la quali Taliani cercò di rimettere insieme i pezzi della comunità italiana di Shanghai. Poi, agli inizi di settembre, arrivò un telegramma in francese di Alcide Gasperi, allora ministro degli Esteri nel governo di Ferruccio Parri, che lo elogiava «per il suo fermo atteggiamento durante una così lunga e grande prova».


Venerdi' 7 Maggio 2010
LIBERTÀ SESSUALE E PEDOFILIA UN DIBATTITO DEGLI ANNI 70
Trovo singolare che a
strumentalizzare i casi di preti pedofili siano principalmente quei settori che in passato hanno difeso il diritto dei bambini a fare sesso anche con adulti. Chi non ricorda il manifesto in difesa della pedofilia pubblicato su Libération durante la campagna per la libertà sessuale, firmato da Cohn Bendit, Sartre, ecc. e sostenuto anche da ambienti culturali e politici italiani? E che dire degli «asili alternativi» in cui vengono insegnati ai bambini «giochi erotici» per liberarli dai tabù? La Chiesa ha sempre combattuto queste idee aberranti.
Luca Draper, aranstone2000@yahoo.it

Caro Draper, Ho ricevuto altre lettere ispirate dalle stesse riflessioni e una, in particolare, che ricorda un caso francese del 1977.
Tre uomini erano stati arrestati per avere avuto rapporti sessuali con ragazzi non ancora quindicenni ed erano stati tenuti in carcere per più di tre anni in attesa di giudizio. Ma i ragazzi non erano stati oggetto di violenze e si erano dichiarati, a quanto pare, consenzienti. Fu questa l’occasione in cui alcuni intellettuali francesi firmarono una «petizione» in cui si chiedeva, tra l’altro, di eliminare dal codice leggi desuete e anacronistiche che non tenevano alcun conto della libertà e maturità sessuale dei ragazzi. Tra i firmatari della petizione vi furono tra gli altri Louis Aragon, Roland Barthes, Simone de Beauvoir, Michel Foucault, André Glucksman, Felix Guattari, Jack Lang, Bernard Kouchner, Jean-Paul Sartre, Philippe Sollers, insomma il Gotha dell’intelligencija francese di quegli anni. Il testo non teneva conto della vulnerabilità psicologica di un minore e delle ricadute che questa estensione della libertà sessuale avrebbe potuto avere sulla sua vita.
Ma rispecchiava lo spirito dei tempi e spiega ad esempio perché il patteggiamento con la giustizia californiana (a cui Roman Polanski commise l’errore di sottrarsi nel 1978) sarebbe stato assai più mite di quanto accadrebbe verosimilmente ai nostri giorni. Oggi probabilmente la «petizione » francese del 1977 non avrebbe avuto né tante firme né soprattutto un’accoglienza complessivamente positiva.
Rimane tuttavia il fatto che il caso dei preti pedofili non ha nulla a che vedere con il dibattito di quegli anni sull’emancipazione sessuale dei minori. È certamente probabile che alcune delle critiche mosse alla Chiesa provengano da ambienti incurabilmente anti-clericali. Ma i problemi in discussione, in questo caso, sono due. In primo luogo le vittime sono spesso bambini, non giovani adolescenti, e quindi non consapevolmente consenzienti. In secondo luogo gli atti sono commessi da persone che hanno fatto voto di castità e hanno deciso di consacrare la loro vita a una missione spirituale.
Tralascio le conseguenze che il loro comportamento dovrebbe avere sulle loro funzioni sacerdotali e sulla loro appartenenza alla Chiesa perché questo non rientra fra le competenze di uno Stato che si proclama laico. Mi limito a osservare che hanno tradito la fiducia dei genitori e della società; e che le istituzioni a cui appartengono non possono essere difese richiamando situazioni diverse.


Giovedi' 6 Maggio 2010
LE AUDACI VITE PARALLELE DI SOGNO E PERTINI
Alcune affermazioni di Napolitano per il 25 Aprile mi hanno sconcertato. Parla ancora di «fuga del Re», quando anche Ciampi e vari storici hanno riconosciuto che il trasferimento a Brindisi era necessario e doveroso! Ricorda a lungo il partigiano Pertini, a 20 anni dalla morte. Ma non nomina il partigiano monarchico Conte Edgardo Sogno (medaglia d’oro della Resistenza) che morì 10 anni fa! Gli eroi monarchici della Resistenza non meritano? Onora i nostri militari che non aderirono a Salò e contribuirono alla Resistenza. Ma non dice che moltissimi lo fecero per fedeltà al giuramento fatto al re! A 65 anni da questi fatti la «verità vera» non viene ancora raccontata.
Pietro Pisu, |

Anch’io, leggendo il discorso del presidente della Repubblica, mi sono chiesto se la parola «fuga » fosse la più adatta a descrivere la partenza di Vittorio Emanuele III. Fuga dà la sensazione di una decisione improvvisa, dettata dalle circostanze e dalla paura, priva di qualsiasi strategia. Ma in realtà la decisione fu presa a freddo e rispondeva in quel momento a un calcolo strategico: sottrarre il vertice dello Stato ai tedeschi, portarlo in una parte dell’Italia presidiata dagli Alleati (vale a dire da coloro che avevano firmato con noi un armistizio e avevano in tal modo riconosciuto l’esistenza dello Stato), salvare in un luogo sicuro le istituzionali nazionali, assicurare, sia pure con tutte le servitù dell’occupazione, la continuità della nazione. Ma quale altra parola sarebbe stato possibile usare nel discorso celebrativo di un presidente repubblicano? Abbandono? Ritirata? Qualsiasi altra espressione sarebbe parsa svalutare il dramma di alcuni milioni di uomini in uniforme a cui nessuno disse come avrebbero dovuto affrontare la tragedia della sconfitta. Vittorio Emanuele fece bene ad andarsene, ma perdette il titolo di «re soldato» che aveva conquistato per sé durante la Grande guerra. I discorsi celebrativi, caro Pisu, non sono disquisizioni storiografiche. Sono pubbliche orazioni con un inevitabile tasso di semplificazione storica. Le stesse considerazioni valgono per Edgardo Sogno. Vi sono circostanze (convegni, commemorazioni, biografie) in cui è possibile parlare dei suoi meriti e sorridere dei suoi difetti. Ma ve ne sono altre in cui è preferibile evitare il nome di una persona che si attribuiva pubblicamente il merito di avere tentato un colpo di Stato. Il parallelo con Sandro Pertini, evocato nella sua lettera, è comunque interessante. In un convegno sulla Resistenza privo di obblighi ufficiali, qualcuno potrebbe sostenere che i due uomini avevano molto in comune. Erano entrambi coraggiosi. Furono entrambi protagonisti di fughe spericolate e audaci. Erano capaci di reazioni rapide, istintive. Erano piccoli, magri, scattanti, pronti ad agire anche in circostanze in cui altri avrebbero preferito riflettere. Ed erano entrambi, infine, straordinariamente generosi e vanitosi. Sogno ne dette una prova, tra l’altro, rivendicando il merito di un colpo di Stato improbabile; Pertini lo dimostrò con interventi personali non sempre opportuni, come durante lo sciopero dei controllori di volo. A proposito di Pertini circolava, dopo la sua contestata elezione, una battuta feroce ma affettuosa, attribuita a Pietro Nenni. Un parlamentare avrebbe detto al leader socialista: «Abbiamo eletto un uomo che saprebbe, se necessario, morire per la Repubblica ». Nenni avrebbe assentito e aggiunto: «Purché ci sia la televisione».


Mercoledi' 5 Maggio 2010
COME DISTRIBUIRE RICCHEZZA IN UN SISTEMA FEDERALE
Confesso di non capire il senatore Bossi quando arringa sul federalismo, minaccia la separazione della Padania e parla d’una poltrona padana a Bruxelles. Se i napoletani e i siciliani costano troppo ai lombardi, quanto pensa il senatore Bossi che gli costerebbero i greci, gli spagnoli ecc.? O sbaglio, o l’idea stessa del federalismo è proprio l’equilibrio delle disparità e la protezione dei più deboli. Ridistribuire fa parte del Dna del federalismo. Bossi è troppo furbo per non capirlo. Che cosa vuole combinare?
de Montigny Marchand, | montigny@tin.it

Caro Marchand, Ricordo ai lettori che lei è canadese, vale a dire cittadino di uno Stato federale, e che segue attentamente la politica italiana da quando, negli anni Novanta, fu ambasciatore del suo Paese a Roma. Non è tutto. Lei sa quale importanza abbia avuto nella vita politica del Canada la questione della sua maggiore provincia francofona. Incoraggiata da una famosa dichiarazione del generale de Gaulle («Vive le Québec libre!»), una parte consistente della provincia chiese l’indipendenza e fu a un passo dall’ottenerla con il referendum del giugno 1995. Quattro anni fa, nel 2006, la Camera dei Comuni canadese ha approvato una risoluzione con cui si riconosce che il Québec è una «nazione all’interno di un Canada unito ». Negli anni Novanta, quando la Lega aveva un programma secessionista, i suoi esponenti citavano spesso la battaglia indipendentista del Québec come una fonte d’ispirazione e un modello da imitare. Lei può comprendere meglio di altri, quindi, il dibattito sul federalismo che ha dominato la vita pubblica italiana soprattutto negli ultimi quindici anni; e ha certamente ragione quando osserva che il federalismo deve essere solidale e «ridistributivo». Se alcune entità territoriali vivono insieme sotto lo stesso tetto, la condizione delle regioni più povere diventa un problema dell’intero Stato. La Lega fu secessionista nella seconda metà degli anni Novanta quando ritenne che la maggioranza del Nord, se l’Italia non fosse riuscita a entrare nel club dell’euro, avrebbe approvato la sua linea. Divenne federalista quando capì che la sua strategia era fondata su una previsione sbagliata. Ma il federalismo comporta, come lei osserva, una certa ridistribuzione della ricchezza nazionale. La Lega ne è consapevole? Il problema, caro Marchand, è che la ridistribuzione del reddito nazionale è stata per molto tempo il principale strumento della politica meridionale del governo centrale. Troverà a questo proposito una analisi molto interessante e parecchie cifre nel libro recente di Luca Ricolfi («Il sacco del Nord. Saggio sulla "giustizia territoriale"») pubblicato dall’editore Guerini. Occorre quindi ridistribuire, ma non è possibile continuare a farlo con formule che hanno incoraggiato gli sprechi, la burocrazia parassitaria, l’economia clientelare. La Lega, come ha spiegato Roberto Calderoli sul Corriere del 24 aprile, ritiene di poterlo fare con il «federalismo fiscale», vale dire con un sistema che prevede finanziamenti centrali vincolati a standard di efficienza, una maggiore capacità impositiva delle regioni e, quindi, una più diretta responsabilità degli amministratori locali. Sull’effettivo funzionamento di questo sistema Giovanni Sartori ha dubbi giustificati. Ma in mancanza di altre proposte questo è probabilmente il federalismo che l’Italia cercherà di realizzare nei prossimi anni.

Martedi' 4 Maggio 2010

QUANDO E CON QUALI MEZZI CELEBRARE L’UNITÀ D’ITALIA
Si continua in ogni sede e ai piu alti livelli a sollecitare l¡¯impegno del governo e delle autorita regionali e locali coinvolte, perche venga definito degnamente il programma delle celebrazioni del 150¢ª anniversario dell¡¯Unita d¡¯Italia. Le recenti dimissioni del Presidente Ciampi dal comitato dei garanti, anche se con una motivazione credibile data l¡¯eta dell¡¯interessato, verranno con ogni probabilita strumentalizzate ai fini di politica interna. Nessuno pero ci spiega la ragione della scelta della data. Il 1861 non ha, in termini di unita della Nazione, un gran significato, in assenza non solo di Venezia, Trento e Trieste, ma specialmente di Roma. Sempre che non si intenda celebrare la disfatta dei Regno dei Borboni e l¡¯unione dei relativi territori con quelli del Regno dei Savoia o, se ricordo bene, piu appropriatamente dei Carignano. Ma non credo che questo sia il caso. E la proclamazione del Regno d¡¯Italia che ne segui, non certifica certo il raggiungimento dell¡¯Unita.
Giovanni Castellani Pastoris, | g.castellanipastoris@tin.it

Caro Castellani Pastoris, come ho risposto a un altro lettore, cio che dobbiamo principalmente ricordare e la nascita dello Stato unitario. Fu quello l¡¯evento che permise all¡¯Italia di uscire dallo stato di soggezione internazionale in cui aveva vissuto sino ad allora. Anche se gli italiani d¡¯oggi non sembrano rendersene conto, fini nel marzo 1861 l¡¯epoca in cui la scelta del granduca di Toscana e del duca di Modena, se le loro rispettive dinastie si fossero estinte, sarebbe stata fatta a Vienna o nel corso di una conferenza delle grandi potenze. Non e tutto. La nascita del Regno, come quella dei Reich tedesco dieci anni dopo, chiuse il lungo capitolo della restaurazione postnapoleonica e cambio radicalmente la carta politica dell¡¯Europa. Non possiamo ignorare la nascita del Regno e limitarci a celebrare tappe importanti (il Veneto, Roma, il Trentino) che soltanto lo Stato unitario rese possibili. E interessante osservare, tuttavia, che il primo governo unitario, quando dovette scegliere la data della festa nazionale, preferi anticipare l¡¯Unita, simbolicamente, alla proclamazione dello Statuto albertino nel 1848. Con una circolare del maggio 1861, indirizzata a tutti i comuni del Regno, il ministro degli Interni Marco Minghetti annuncio che il Parlamento e il re avevano approvato una sua proposta diretta a stabilire per la prima domenica giugno la ¡ìFesta dello Statuto e dell¡¯Unita nazionale¡í. Minghetti esorto i Comuni a organizzare feste dignitose, accompagnate se possibile da una celebrazione religiosa nel corso della quale sarebbe stato intonato l¡¯Inno ambrosiano. Se le autorita ecclesiastiche non avessero aderito all¡¯invito del Comune, il governo avrebbe deplorato il loro atteggiamento ma avrebbe rispettato la loro decisione. Minghetti aggiunse tuttavia che ¡ìove fosse nel territorio del Comune qualche Chiesa di patronato municipale e alcun sacerdote disposto a celebrare la presente solennita ¡í, il sindaco avrebbe potuto ¡ìsupplire in tal guisa¡í. Nella circolare vi erano anche raccomandazioni e consigli sul programma delle manifestazioni: mostre di belle arti e d¡¯industria, esercizi letterari e drammatici, rassegna delle truppe o della Guardia nazionale, opere di beneficenza ¡ìper la consolazione dei poveri e degli afflitti¡í. Le spese sarebbero state a carico dei comuni, ma il governo li esortava a essere parsimoniosi, ¡ìmassime in questi tempi nei quali i bisogni della popolazione esigono molti sacrifizi ¡í. Dedico queste ultime parole, caro Castellani Pastoris, ai membri del Comitato nazionale per le celebrazione del 150¢ª anniversario dell¡¯Unita.


Lunedi' 3 Maggio 2010

ATTACCHI ALLA CHIESA DUE PAPATI A CONFRONTO
Vaticano e pedofilia:
l’attacco viene dai media, e i media rappresentano interessi non confessionali.
Un attacco così radicale non si è registrato neppure ai tempi dello Ior di Marcinkus.
Eppure ci sarebbero stati tutti gli estremi per fare un gran baccano. Uscirono articoli e libri attinenti ai «banchieri di Dio», ma il trambusto rientrò, grazie anche all’abile diplomazia posta in essere da Papa Wojtyla. Evidentemente Ratzinger non utilizza la medesima diplomazia, anzi: la riorganizzazione in corso dei vertici cardinalizi e curiali scuote dalle fondamenta profondi interessi sparsi nell’impero planetario vaticano.
Aggredire il Vaticano in questo momento significa provare a destituire l’autorità di Ratzinger, rallentando se non impedendo il processo di riorganizzazione avviato dal suo pontificato. Vale la pena allora domandarsi di quali «interessi» si tratta. È un caso che l’attacco al Vaticano coincida con lo sforzo operato da Ratzinger per ridurre il dialogo interconfessionale, in particolar modo verso l’Islam? Che l’attacco segua di poche settimane il «perdono» ai lefebrviani e il dialogo riaperto con esponenti del negazionismo, evidenti tentativi di ricompattare attorno al Vaticano le forze «dure e pure» del radicalismo cattolico?
Gilberto Borzini - Moncalvo (At), |

Caro Borzini, Ho dovuto abbreviare la
sua lettera, troppo lunga per questa pagina.
Ma spero di avere conservato il senso della sua requisitoria contro gli «interessi» che avrebbero ispirato il processo a Benedetto XVI. Rispondo subito che non credo agli «interessi forti», alle strategie collettive, alle trame globali, alla complicità dei mezzi d’informazione. La tesi ricorda quelle di cui alcuni esponenti della Chiesa, fra cui il padre gesuita Augustin Barruel, si servirono per denunciare il complotto massonico che avrebbe ispirato la rivoluzione francese, o quella del complotto ebraico all’epoca della pubblicazione di un falso libello zarista intitolato «I protocolli dei savi di Sion».
Ma lei non ha torto quando osserva che il papato di Joseph Ratzinger viene oggi attaccato e condannato per errori e colpe che non sono meno gravi, se tali possono essere considerati, di quelli commessi durante il papato di Karol Wojtyla. È certamente vero che il caso di Paul Marcinkus, presidente dell’Istituto delle Opere di religione (la banca della Santa Sede), fu molto grave. Basterebbe a dimostrarlo il discorso parlamentare di Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro. Dopo il crac del Banco Ambrosiano (una esposizione verso terzi pari a un miliardo e 400 milioni di dollari del 1982), il democristiano Andreatta dichiarò: «Il governo si attende che vi sia una chiara assunzione di responsabilità da parte dello Ior, che in alcune operazioni con il Banco Ambrosiano appare assumere la veste di socio di fatto ». Ed è altrettanto vero che lo scandalo dei preti pedofili esplose in America nel 2001 durante il papato di Giovanni Paolo II e non coinvolse personalmente il Pontefice.
Perché oggi reazioni così diverse da quelle di allora? Mi limito soltanto a osservare che il clima e il contesto sono in questo momento alquanto diversi.
Giovanni Paolo II era il paladino della libertà polacca, il difensore della fede nella battaglia contro il comunismo, e seppe combinare nel suo papato il rigore della restaurazione post-conciliare con una straordinaria capacità di comunicazione e contatto umano. Fu molto tradizionale, soprattutto nella gestione degli scandali, ma, almeno in apparenza, molto ecumenico. Penso agli incontri di Assisi, alle visite nella sinagoga di Roma e nella moschea di Damasco. Ratzinger ha un altro stile, più sobrio e accademico, e svolge la sua opera in un’epoca in cui una larga parte del mondo cattolico reagisce con fastidio al rigore dei precetti ecclesiastici su alcune grandi questioni etiche della società moderna. Ho l’impressione che il dissenso all’interno della Chiesa sia più importante delle critiche al suo esterno.

Venerdi' 30 Aprile 2010

PREZIOSI GRANDE INQUISITORE AVVENTURE DI UN ANTISEMITA
Lo storico Renzo De Felice nel libro «Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo» scriveva del fascista Giovanni Preziosi: «Unico vero e coerente antisemita del XX secolo e certo uno dei pochissimi antisemiti italiani che non ripeteva pappagallescamente le parole e gli slogan altrui, ma che, indubbiamente, per oltre trent'anni studiò l'ebraismo italiano». Per quale motivo, allora, nonostante la campagna antisemita del fascismo, questo «precursore» antisemita non è riuscito a «sfondare» nel partito nazionale fascista?
Andrea Sillioni, Bolsena (Vt), |

Caro Sillioni, Prima di rispondere alla sua domanda conviene dare ai lettori qualche informazione su questo cupo personaggio, regista della politica antisemita durante la Repubblica Sociale e morto suicida nella primavera del 1945. Nacque in provincia di Avellino nel 1881 e fece studi ecclesiastici, ma rinunciò al sacerdozio, si segnalò nel 1904 per alcuni articoli sull’emigrazione e pubblicò nel 1913 un libro («La Germania alla conquista dell’Italia») in cui «dimostrò » che le banche fondate con capitale tedesco (Banca Commerciale e Credito Italiano) avevano lavorato per l’asservimento dell’Italia al Reich. Fu nazionalista e interventista, aderì al fascismo e fondò una rivista, «La vita italiana», che divenne il veicolo delle sue battaglie politiche e culturali. Ma non fu, agli inizi, antisemita. Nel libro da lei citato Renzo De Felice osserva che la rivista pubblicò sino al 1920 articoli «di ebrei e di massoni, anche piuttosto noti». La svolta ebbe luogo nel 1920 e fu provocata dalla lettura dei «Protocolli dei savi di Sion», il libello antisemita che la polizia segreta zarista aveva fabbricato agli inizi del Novecento e di cui Preziosi divenne il maggiore propagandista italiano. La lettura dei Protocolli creò nelle sua mente una sorta di fissazione ossessiva. Si convinse che gli ebrei erano responsabili di tutte le ingiustizie, vere e presunte, patite dall’Italia dopo la fine del conflitto; e l’antisemitismo divenne l’impegno totalizzante di tutta la sua vita. Trovò qualche consenso in ambienti fascisti, trionfò con le leggi razziali del 1938 e divenne ministro di Stato nel 1942. Ma il suo fanatismo finiva per infastidire anche coloro che non provavano per gli ebrei alcuna simpatia. Nel 1944 scrisse a Mussolini una lettera in cui lamentava di essere stato solo distrattamente ascoltato negli anni precedenti, prometteva rivelazioni sul complotto ebraico mondiale e si proponeva al regime come Grande Inquisitore. Mussolini cedette e gli affidò nell’aprile del 1944 una direzione generale per la Demografia e la razza, appositamente costituita presso la presidenza del Consiglio. Da quel momento il suo principale obiettivo divenne la preparazione di una «scheda genealogica» che avrebbe costretto ogni cittadino italiano a ricostruire il proprio passato familiare sino alla terza generazione. Soltanto così, secondo Preziosi, sarebbe stato possibile radiografare la società e trovare ogni più piccola traccia di sangue ebraico nel corpo della nazione. Morì senza avere realizzato il suo sogno alla fine di aprile del 1945 gettandosi con la moglie dalla finestra di una casa milanese di corso Venezia.

Giovedi' 29 Aprile 2010

L’INSURREZIONE DI MILANO FU UNA SCELTA CORAGGIOSA
Nel fondo «Il significato di una festa», pubblicato sul Corriere del 25 aprile, lei ha scritto che l’insurrezione nelle città del Nord dimostrò la volontà di essere padroni a casa nostra. Io penso invece che l’insurrezione avvenne nella misura in cui le truppe tedesche lo permisero e che con i fascisti in fuga o rintanati nelle caserme, il Cln doveva per forza prendersi la responsabilità di evitare vuoti di potere. In altre parole, io credo che l’insurrezione avvenne dopo la ritirata del grosso dei tedeschi e che si trattava di una scelta obbligata.
Carlo Gregoretti, | carlo.gregoretti@unipd.it

Caro Gregoretti, Col senno di poi tutto appare semplice e razionale. Conosciamo l’operazione «Sunrise», l’intelligente mediazione svizzera che rese possibili i primi contatti fra gli Alleati e il generale Karl Wollf, comandante delle SS in Italia, nel territorio della Confederazione. Sappiamo che il ritiro del grosso delle forze tedesche e la fuga di Mussolini permisero ai partigiani di prendere rapidamente il controllo di Milano. Sappiamo che l’Italia del nord era diventata, per la Wehrmacht, indifendibile. E sappiamo infine che ogni soldato tedesco sapeva in cuor suo ciò che Hitler a Berlino si ostinava a negare: che la guerra, ormai, era irrimediabilmente perduta. Ma la fase conclusiva di un conflitto è spesso la più pericolosa. Nelle settimane precedenti i comandi tedeschi nella penisola avevano ricevuto ordini draconiani fra cui la distruzione degli impianti del porto di Genova. Chi avrebbe potuto prevedere con esattezza, in quel momento, quali decisioni sarebbero state prese dal comandante di un reparto che aveva perso i contatti con i suoi superiori? Avrebbe cercato di riportare i suoi uomini in buon ordine al di là del Brennero o avrebbe proceduto all’esecuzione di piani che nessuno, in quel momento, aveva formalmente cancellato? I negoziati di Wollf in Ticino dimostravano quale fosse lo stato d’animo dei tedeschi. Ma nessuno sapeva se il generale delle SS stesse negoziando per le forze del Reich in Italia o, piuttosto, per se stesso e la propria sopravvivenza. Gli stessi interrogativi valevano per i reparti fascisti. Erano demoralizzati e allo sbando. Ma nessuno poteva escludere in quel momento qualche disperato e sanguinoso tentativo di resistenza come era accaduto per parecchi giorni a Parigi dopo l’ingresso del generale De Gaulle nell’agosto dell’anno precedente. Per il Comitato di Liberazione dell’Alta Italia l’obiettivo, senza dubbio, era quello di evitare un vuoto di potere e di affermare la propria autorità. Avere preceduto gli Alleati, sia pure di qualche giorno, era un titolo di merito che i comandi partigiani, nei giorni seguenti, avrebbero potuto rivendicare e valorizzare. L’insurrezione riuscì e le cose, tutto sommato, andarono nel migliore dei modi. Ma non commettiamo l’errore di pensare che la situazione fosse priva di rischi. Per la fine del conflitto in Italia, del resto, fu necessario attendere il 2 maggio, la data fissata dagli Alleati e dai plenipotenziari tedeschi nell’atto di resa firmato il 29 aprile in un salone della reggia di Caserta.


Venerdi' 23 Aprile 2010
LA XENOFOBIA IN EUROPA COME CONTRASTARLA
«Venire in Gran Bretagna è un privilegio, non un diritto»: è il messaggio di Gordon Brown per le elezioni politiche del 6 maggio. Poiché l’impostazione sembra destinata a divenire il cavallo di battaglia del partito laburista, c’è di che ragionare su come si sta evolvendo il tanto sbandierato spirito di accoglienza del nostro continente. Sfiduciati dalla crisi economica, sconfortati dal comportamento di coloro che dovrebbero essere invece grati a chi li accoglie magari imparandone la lingua, molti europei stanno iniziando a soffrire della «sindrome del colonizzato». Pur con le contestualizzazioni e i distinguo possibili, è questo lo stato d’animo che ha caratterizzato molte delle ultime elezioni, sia nazionali che locali. Ed è da qui che, dall’Olanda alla Francia, dall’Italia all’Ungheria, sono stati i partiti «xenofobi» a mietere i maggiori consensi. Ma davvero è così criticabile questa paura? Oppure è necessario constatare come un malinteso spirito d’accoglienza per gli immigrati abbia nel tempo creato solo danni e timori?
Mario Taliani, mtali@tin.it

Caro Taliani, Non credo che i laburisti abbiano sostanzialmente modificato la loro linea politica. Ma le parole di Gordon Brown rispondono evidentemente al desiderio di non perdere quella parte dell’elettorato progressista che vede nell’immigrazione, soprattutto quando proviene dai Paesi musulmani, una minaccia alla sicurezza del Paese. Il primo a lanciare l’allarme fu un conservatore, Enoch Powell, noto come grecista e valoroso combattente durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1968, in un discorso che entusiasmò gli scaricatori del porto di Londra (elettori tradizionalmente laburisti), Powell dichiarò che l’immigrazione asiatica e africana rappresentava una minaccia all’identità britannica. Le parole di Powell furono disapprovate dal suo partito e non impedirono che tutti i governi britannici degli ultimi quarant’anni, pur con qualche occasionale giro di vite, praticassero una politica di apertura e accoglienza. Oggi la situazione è apparentemente peggiorata. In quasi tutti i Paesi europei esiste un «partito dell’insicurezza» composto probabilmente, anche a giudicare dalle ultime elezioni ungheresi, di una percentuale dell’elettorato che si aggira intorno al 20%. Strappare quell’elettorato all’estrema destra è divenuta la maggiore preoccupazione degli altri partiti, soprattutto in elezioni dall’esito incerto e contestato. Quando si candidò alla presidenza della Repubblica nel 2007, Nicola Sarkozy cercò di togliere voti al Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen promettendo che avrebbe difeso l’identità francese; e ha mantenuto la promessa creando dopo la sua elezione un fumoso «ministero dell’Identità ». In Germania la Cdu di Angela Merkel dorme sonni più tranquilli perché i partiti nazionalisti e xenofobi puzzano di nazismo e sono generalmente screditati. Ma anche nella Repubblica federale si è aperto un dibattito sulla necessità d’imporre agli immigrati i valori della Leit-Kultur, della cultura dominante. Il caso dell’Italia è particolarmente interessante. Da noi il partito che miete voti nei gruppi sociali più insicuri della società italiana è la Lega. Ma il partito di Umberto Bossi è forte soprattutto al Nord, vale a dire in regioni che hanno verso l’immigrazione un atteggiamento contradditorio. La percepiscono come fattore d’insicurezza, ma ne hanno bisogno per le loro fabbriche e le loro aziende agricole. Accade così che la Lega promuova leggi più rigorose per ostacolare l’immigrazione, ma sia anche disposta a legalizzare i clandestini: 700.000 all’epoca della Legge Bossi-Fini durante il secondo governo Berlusconi, 250.000 badanti dopo l’arrivo del leghista Roberto Maroni al ministero degli Interni.


Giovedi' 22 Aprile 2010
IL BUON LAVORO DI EMERGENCY MA NON È LA CROCE ROSSA
Mi sembra di ricordare che in Afghanistan esistano altre Ong e operatori umanitari che hanno fondato presidi medici, ospedali, ecc. -tra questi anche Alberto Cairo -di cui non si sente mai parlare.
Sempre e solo Emergency, cui riconosco senz’altro grandi meriti. Forse si è mischiata troppo la politica con l’azione umanitaria?
Anna Maria Villa, | annamariavilla@ymail.com

Cara signora, Di Alberto Cairo, citato anche da Pierluigi Battista sul Corriere del 19 aprile, posso ricordare che ha diretto per molti anni gli ospedali di Wazir Akbar Khan e Karte Seh, aperti a Kabul dal Comitato internazionale della Croce Rossa per la riabilitazione fisica e per i programmi di rieducazione delle vittime di guerra e in particolare delle mine terrestri anti uomo. Grazie a questa attività ebbe nel 1996, insieme al Comitato internazionale, il premio della Fondazione Balzan per l’umanità, la pace e la fratellanza dei popoli. Ha tenuto da allora occasionalmente, per la Repubblica, un diario da Kabul in cui ha raccontato, con uno stile semplice e dimesso, la vita quotidiana di un operatore umanitario che ha lavorato per un Paese dove si combatte ininterrottamente dal dicembre 1979 e dove gode di unanime considerazione.
Lo stile di Emergency è alquanto diverso. L’organizzazione di Gino Strada è per molti aspetti una costola del 1968. Da quella «scuola» di formazione e contestazione non uscirono soltanto i militanti politici e i gruppi terroristici degli anni Settanta e Ottanta. Qualcuno scelse di condurre una battaglia ambientalista, altri scelsero l’impegno umanitario. Ma ciascuno di questi due gruppi portò con sé nella sua attività lo spirito anti capitalista e anti imperialista che fu la filosofia del ’68. È questa la ragione per cui i Verdi italiani, a differenza di quelli di altri Paesi, si sono spesso collocati fra i gruppi della sinistra radicale.
È questa la ragione per cui Emergency è alquanto diversa dalle più antiche e collaudate organizzazioni umanitarie.
Queste si ispirano al modello della Croce Rossa internazionale e hanno adottato, per meglio operare, il criterio della più stretta neutralità.
Sono composte da uomini e donne che hanno certamente le loro convinzioni, ma ritengono che il modo migliore per aiutare le vittime di un conflitto sia quello di essere, per quanto possibile, amici (o almeno non nemici) di tutti i contendenti.
Lo stile della Croce Rossa impone un certo numero di obblighi e cautele, fra cui quello di evitare manifestazioni di simpatia o coinvolgimenti con interlocutori controversi.
Ma permette di ottenere, sui tempi lunghi, i risultati migliori. Emergency ha adottato un’altra linea e un altro stile. È fedele alle proprie convinzioni, ma non ha soltanto amici e simpatizzanti.
Ha anche, inevitabilmente, qualche nemico.


Martedi' 20 Aprile 2010
IMMAGINAZIONE E CORAGGIO LA STORIA DI EDGARDO SOGNO
Ho letto sul «Corriere» la rievocazione che Aldo Cazzullo fa del presunto — o vero— tentativo di golpe da parte di Edgardo Sogno. Lei che ne pensa di quella confessione che Sogno rilasciò... post mortem? La ritiene sincera oppure un’ennesima esibizione del personaggio, in verità stravagante?
Gianni Celletti, | giovanni.celletti@tin.it

Caro Celletti, Le confesso che anch’io ho qualche dubbio. Sogno non era bugiardo e non era neppure un «miles gloriosus», un soldato fanfarone incline a vantarsi di gesta mai compiute. Aveva grandi passioni politiche ed era certamente un «cold war warrior», un guerriero della guerra fredda, come gli americani definivano tutti coloro per cui la lotta anticomunista era una necessaria crociata. Negli anni Settanta, quando l’Italia era, non soltanto ai suoi occhi, il grande malato d’Europa, giunse indubbiamente alla conclusione che la nostra democrazia consociativa fosse del tutto incapace di tenere testa alla minaccia terroristica e destinata quindi a diventare sempre più impotente e insignificante. Di tutti i modelli politici che avrebbero potuto adattarsi alla situazione italiana quello gollista gli sembrò il migliore. E l’idea di un colpo di Stato «liberale » contro il condominio Dc-Pci apparteneva indubbiamente alla sua cultura politica. Ma non escludo che una parte delle vicende raccontate a Cazzullo abbia avuto luogo principalmente nella sua mente. Ho conosciuto Sogno al ministero degli Esteri, dove fece una carriera tempestosa ed ebbe un memorabile diverbio con Amintore Fanfani.’ho frequentato con una certa assiduità negli ultimi anni della sua vita, quando cercava un nuovo spazio nella politica italiana. Ho letto i suoi libri, spesso scritti con una straordinaria verve letteraria. Conosco le sue virtù, i suoi difetti e quella straordinaria combinazione di virtù e difetti che lo rendeva al tempo stesso affascinante e imprevedibile. Una delle sue principali caratteristiche era l’attivismo impaziente. La storia delle sue avventure è piena di momenti in cui Eddy, come lo chiamavano gli amici, comincia ad agire mentre gli altri si stanno ancora interrogando sul da farsi. Le sue fughe e le sue azioni sono spesso piani fulminei concepiti in condizioni di estrema emergenza e di grande pericolo. La tentata liberazione di Ferruccio Parri a Milano, in un albergo di via Santa Margherita presidiato dalle SS, fu contemporaneamente ammirevole, irrealizzabile e irresponsabile. Sogno non predispose un piano razionale. Scrisse la trama di un dramma d’avventure, vestì i panni dell’eroe e andò in scena senza preoccuparsi di ciò che sarebbe accaduto alla fine del copione. Quali potevano essere le probabilità di successo di una operazione in cui il liberatore, vestito con una uniforme tedesca, sarebbe stato scoperto non appena avesse aperto bocca? Ecco le ragioni per cui, caro Celletti, ho qualche dubbio sul golpe di Sogno. Eddy lo concepì e cercò probabilmente di realizzarlo. Ma credo che i potenziali congiurati lo abbiano ascoltato, quando esponeva i suoi piani, con scetticismo e incredulità.


Lunedi' 19 Aprile 2010
IL RUOLO DELLA CHIESA IN SPAGNA E IN ITALIA
Nei secoli passati l’Italia ha conosciuto la presenza aggregatrice e veicolo d’influenza sulle sue vicende della Chiesa cattolica. Anche in Spagna le istituzioni ecclesiastiche (a partire dal potere dell’Inquisizione nel Cinquecento) hanno esercitato per lungo tempo un ruolo egemonico, opponendosi alle istanze di cambiamento e sostenendo sempre le posizioni dei movimenti politici più reazionari. Quali conseguenze si possono trarre, per tentare di stabilire su un piano parallelo la storia del Cattolicesimo in ambedue i Paesi?
Giorgio Arcadini, | giorgio.arcardini@alice.it

Caro Arcadini, Credo occorra partire dall’osservazione che la Chiesa, in Spagna, fu al servizio dello Stato molto più di quanto lo Stato fosse al servizio della Chiesa. Dopo la conquista di Granata nel 1492, Fernando di Aragona e Isabella di Castiglia (i due maggiori regni cristiani della penisola) divennero sovrani di uno Stato «multi-religioso », composto da una maggioranza di cattolici e da consistenti minoranze di ebrei e musulmani. In un epoca in cui i re regnavano «per grazia di Dio», la varietà delle fedi rappresentava un rischio. Sino a che punto il sovrano avrebbe potuto contare sulla fedeltà di sudditi che credevano in un Dio diverso dal suo?
Fu questa la ragione per cui il nuovo Stato costrinse immediatamente gli ebrei e i musulmani e scegliere fra la conversione e l’esilio. E fu questa la ragione per cui i sovrani vollero che l’Inquisizione (una istituzione medioevale) divenisse uno strumento dello Stato spagnolo, soggetto alle direttive del sovrano, utilizzato per controllare e verificare la lealtà religiosa dei cittadini, in particolare di quelli che si erano recentemente convertiti al cristianesimo. In molte circostanze il papato dovette piegarsi alle pressioni sempre più insistenti del governo di Madrid.
In Italia lo status e il ruolo della Chiesa furono alquanto diversi. Qui la Chiesa rivendicava la donazione di Costantino, si considerava erede dell’impero romano, aveva un sovrano che portava tra i suoi appellativi quello di pontefice massimo (una antica dignità romana), possedeva un territorio che considerava necessario alla sua missione. Non era quindi soltanto una ecclesia.
Era anche uno Stato, deciso a conservare e se possibile ad accrescere il proprio potere.
I suoi interessi secolari lo spinsero ad avere una politica italiana che fu principalmente diretta a evitare l’unificazione della penisola sotto un’autorità che avrebbe potuto esserle ostile o diminuire la sua influenza.
Vi è quindi fra Spagna e Italia, per quanto attiene ai rapporti con la Chiesa, una fondamentale differenza. Gli spagnoli furono dalla fine del Quattrocento, anche quando professarono la loro fede con una particolare devozione, cittadini di una grande potenza.
Gli italiani, fino al 1861, furono cittadini di alcuni Stati e molti di essi, per di più, cittadini dello Stato della Chiesa.

Domenica 18 Aprile 2010
ARTE ITALIANA IN FRANCIA È MEGLIO LASCIARLA DOV’È
Visitando i musei francesi si rimane impressionati dalla quantità di opere d’arte italiane esposte, in gran parte frutto delle razzie dell’esercito napoleonico.
Perché l’Italia non ne chiede la restituzione? Esiste forse qualche trattato in proposito?
Antonio Gittardi, | gittardi@noos.fr

Caro Gittardi, Le opere che lei ha visto nei musei francesi provengono in buona parte da acquisizioni legali. Molto di ciò che era stato trasportato in Francia durante il periodo napoleonico (fra cui i cavalli di San Marco) ritornò in Italia dopo la fine delle guerre, nel 1815, grazie all’impegno di una delegazione presieduta da Antonio Canova, lo scultore che negli anni precedenti era stato il ritrattista ufficiale dell’imperatore. Alcune opere, fra cui Le nozze di Cana di Paolo Veronese, rimasero in Francia perché Canova ritenne che un nuovo trasporto avrebbe nuociuto alla conservazione dei dipinti.
Non dimentichi infine che la Francia è stata sin dal Rinascimento una costante acquirente di arte italiana. La Gioconda e altri quadri che Leonardo aveva portato con sé nel castello di Amboise sarebbero stati venduti a Parigi, forse da un allievo prediletto di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaino. Mazzarino commissionò opere di Bernini e acquistò la collezione romana del duca Sannesio.
Napoleone comperò la collezione del principe Borghese, marito di sua sorella Paolina. E Napoleone III comprò buona parte di una collezione romana: una storia che merita di essere raccontata.
La collezione apparteneva al marchese Giampietro Campana, direttore del Monte di Pietà degli Stati pontifici e appassionato archeologo. Nel corso della sua vita aveva raccolto soprattutto gioielli antichi, ma anche quei «fondi oro» della pittura medioevale che saranno apprezzati soltanto tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Era molto conosciuto in Europa e aveva fama di uomo colto, intelligente, amante delle arti e grande conoscitore della gioielleria antica. Ma la sua vita fu travolta da uno scandalo.
Accusato di peculato e malversazioni, venne processato, condannato a venti anni di carcere e privato della collezione che andò all’asta per compensare i danni subiti dall’erario degli Stati pontifici.
Quando giunsero in Francia, le opere comperate da Napoleone III furono divise tra il Louvre, che ebbe soprattutto i gioielli, e i musei di provincia, a cui andarono i fondi oro, allora poco amati. Negli ultimi anni i fo, , ndi oro sono stati raccolti nel museo di Avignone e i gioielli sono stati al centro di una grande esposizione al Louvre nel 2006.
Dovremmo forse chiedere che queste opere rientrino in Italia? Credo che occorra fare una distinzione, caro Gittardi, fra le opere che sono state trafugate recentemente, come il cratere di Euphronios o l’atleta vittorioso di Lisippo, e quelle che sono stabilmente collocate da molto tempo nei principali musei del mondo.
Abbiamo un patrimonio artistico che ci rappresenta ed è visto quotidianamente dai turisti che affollano il Louvre di Parigi, le National Gallery di Londra e Washington, il Metropolitan di New York, l’Alte Pinakothek di Monaco, l’Ermitage di Pietroburgo. Quante persone vedrebbero quelle opere se tornassero in Italia e finissero in musei che sono, con qualche eccezione, modestamente frequentati?

Sabato 17 Aprile 2010
UNA MIGRAZIONE MILITARE I TEDESCHI DELLA ROMANIA
Riguardo alla sua risposta
sul film «Der Vorleser (il lettore)», ricordo che Hanna Schmitz risulta essere nata «nella parte tedesca della Romania», a Hermannstadt, Transilvania meridionale, capoluogo, allora, di un dipartimento chiamato in romeno «sibiu», di caratteristiche contadine. La forte presenza culturale tedesca nella città (metà degli abitanti nel 1930, circa 50.000) non esclude che ci fossero analfabeti in campagna, ora in certo modo «rivendicati» dal conferimento del premio nobel alla etnico-tedesca Herta Müller. A ogni modo sono anche caratteristiche contadine la predilezione per l'acqua e sapone, abbondantemente sfoggiata da Kate Winslet e David Kross come personaggi centrali della romantica storia di Bernhard Schlink.
Pablo Alberto Boggio-Marzet - Buenos Aires (Argentina), |

Caro Boggio, Isassoni e gli svevi della
Romania (Herta Müller è sveva) sono uno dei tanti avamposti creati dalla nazione germanica in Europa e nelle Americhe, dalla Boemia al Baltico, dalla Pennsylvania alla Stato brasiliano di Santa Catarina, dai Balcani al Volga.
In molti casi le migrazioni furono provocate da motivi economici o religiosi (gli amish della Pennsylvania e del Maryland), ma quella dei sassoni e degli svevi fu soprattutto una migrazione militare.
Come i serbi, chiamati dall’Austria a presidiare contro i turchi le province meridionali della Croazia, così i sassoni e gli svevi furono invitati dai re d’Ungheria a costituire nella Transilvania meridionale un solido baluardo contro lo stesso nemico. Svolsero la loro funzione egregiamente con una rete imponente di cittadelle fortificate e di castelli, ma anche con insediamenti agricoli che legavano durevolmente alla terra il contadino combattente.
Come tutte le minoranze europee, anche i sassoni e gli svevi di Romania furono soggetti all’alea delle vicende politiche del Novecento. Appartennero prevalentemente al Regno d’Ungheria sino alla Grande guerra e divennero romeni quando i trattati di pace, alla fine del conflitto, assegnarono la Transilvania alla Romania. Nella seconda metà degli anni Trenta la politica hitleriana per i «tedeschi di stirpe» (Volsksdeutsche) persuase alcune decine di migliaia a migrare verso la patria delle origini; e fra questi vi fu probabilmente la famiglia di Hanna Schmitz. Altri partirono per la Germania più tardi grazie a un accordo fra il governo della Repubblica federale e il regime comunista di Nicolae Ceausescu che prevedeva una sorta di tassa d’uscita (circa 600 dollari).
Ma il vero esodo ebbe luogo dopo il crollo del regime comunista, all’inizio degli anni Novanta, quando il grosso della comunità abbandonò la Romania lasciando dietro di sé un considerevole patrimonio culturale e architettonico composto da piccoli borghi, case coloniche, chiese protestanti e cittadelle militari. In molte fattorie si sono installati gli zingari, un popolo che non ha né una vocazione agricola né il culto della casa. Ma altri luoghi, protetti dall’Unesco, sono diventati meta di viaggi turistici e pellegrinaggi artistici.


Venerdi' 16 Aprile 2010
DUE GUERRE DELLA CHIESA COL MONDO E CON SE STESSA
Ho notato che lei evita accuratamente di pubblicare lettere che trattino dei preti pedofili. Eppure escludo che non ne sia giunta veruna. Vorrei capire se sia in atto un attacco alla Chiesa cattolica dato che non è una novità che certi fenomeni assai spiacevoli e traumatici per le vittime avvengano ma finora il «chiacchiericcio» non era così insistente. Chi può essere interessato a un simile polverone? I comunisti sono ridotti ai minimi termini e la Chiesa è una loro alleata nell’accoglienza agli extra-comunitari. Gli ebrei attraversano un periodo di feeling con il cattolicesimo che non si sogna di perseguitarli e non insiste sulla questione Gaza.
I leghisti mostrano di essere molto ossequienti ai dettami ecclesiastici in fatto di controllo delle nascite. Chi può cercare di mettere la Chiesa in difficoltà?
Alberto Cotechini, | albertocotechini@tiscali.it

Caro Cotechini, Facciamo un patto: io non pretendo che lei legga tutte le mie risposte, ma lei non pretende di averle lette e di potermi quindi imputare eventuali omissioni. Ho parlato dei preti pedofili in due occasioni.
Nella prima ho cercato di spiegare perché le vittime, a differenza di quanto accadeva in passato, si sentano incoraggiate a rivelare aspetti scabrosi della loro vita.
Nella seconda ho risposto almeno parzialmente alla sua domanda cercando d’inquadrare la questione dei preti pedofili nel più vasto quadro dei difficili rapporti fra la Chiesa e la modernità. La Chiesa ribadisce principi che le società moderne mettono in discussione e ha molti avversari fra coloro che rivendicano il diritto di scegliere liberamente in materia di aborto, procreazione assistita, testamento biologico.
Ma la sua lettera contiene quesiti interessanti e suggerisce qualche altra considerazione. Non credo ai complotti e non penso che gli affanni della Chiesa possano essere spiegati andando alla ricerca di quanti potrebbero trarre vantaggio dalla sua crisi. Credo piuttosto che al centro delle proteste mosse al papato vi siano, insieme ad altri compagni di viaggio, i «conciliaristi», vale a dire tutti quei riformatori che avevano riposto molte speranze nel Concilio Vaticano II e hanno atteso per parecchi anni la radicale apertura della Chiesa a una diversa concezione delle gerarchie ecclesiastiche e a un maggiore ruolo dei laici nell’esercizio della sua missione. Queste attese sono andate in buona parte deluse dall’azione restauratrice del lungo papato di Giovanni Paolo II. Ma il Papa polacco delegò la funzione del «grande inquisitore» a Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (il vecchio Sant’Uffizio), e finì per apparire, grazie al suo fascino e alla sua straordinaria capacità di comunicazione, l’esatto opposto di ciò che era in realtà sul piano istituzionale.
Si potrebbe sostenere che il papato di Wojtyla fu in realtà una sorta di diarchia in cui il Papa parlava al mondo e il prefetto della fede rimetteva ordine fra le righe del clero, soprattutto in America Latina.
Ora il prefetto, succeduto al pontefice, continua a fare, con lo stesso rigore e con la stessa serena intransigenza, ciò che aveva fatto negli anni precedenti. Ma non è più coperto dallo straordinario carisma del Papa polacco e deve affrontare personalmente l’offensiva dei conciliaristi. Fra i quali esistono gruppi che si battono da molti anni contro il celibato dei preti e vedono negli scandali un’occasione per rilanciare la loro battaglia. Stiamo assistendo quindi a due scontri: quello della Chiesa con la modernità e quello, all’interno della Chiesa, fra i conciliaristi e i conservatori. Dei due il più pericoloso per la Chiesa è probabilmente il secondo.

Venerdi' 2 Aprile 2010
I GRECI HANNO MOLTE COLPE MANON SONO GLI UNICI
Della crisi economica greca sarebbe opportuno non limitarsi ad analizzare le alternative di soluzione, analisi senz’altro indispensabile ed urgente, ma anche affrontare a fondo il chiarimento sull'origine della stessa crisi. Ci sono stati sforamenti nei bilanci pubblici, questo è certo, ma per fare cosa? Investimenti validi che ancora non hanno prodotto i loro effetti positivi? Investimenti azzardati che non avranno mai un ritorno economico? Spese gestionali senza copertura che hanno arricchito alcuni lasciando il conto da pagare a tutti gli altri greci? Non sembra che i mezzi di informazione diano risposte a questi quesiti.
Ascanio De Sanctis, ascaniode_sanctis@hotmail.com

Caro De Sanctis, Ogni grande crisi esige una attenta analisi «post mortem». Nel caso della Grecia sappiamo per grandi linee che i conti pubblici furono «ritoccati» sin dalla fase che precedette l’adozione dell’euro. La malattia quindi è vecchia e le responsabilità non sono soltanto greche. Sappiamo anche che la Grecia soffre di corruzione, economia sommersa, evasione fiscale e clientelarismo: fenomeni che hanno l’effetto di ridurre considerevolmente il gettito fiscale e di favorire l’indebitamente delle pubbliche amministrazioni. E abbiamo l’impressione infine che Eurostat (l’istituto europeo di statistica) non sia stato in grado di esercitare una sorveglianza adeguata. Occorrerà capire quali rimedi debbano essere adottati per evitare che altri Paesi, soprattutto nella zona euro, possano nascondere per un periodo così lungo i loro vizi e i loro peccati. È interessante che all’ultimo vertice di Bruxelles i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Ue abbiano preso in considerazione la possibilità di conferire a Eurostat il diritto di ispezionare, all’occorrenza, i conti degli Stati membri. Non esiste tuttavia soltanto un problema greco. La crisi ha messo in evidenza anche l’esistenza di un problema tedesco. Per un paradossale rovesciamento dei ruoli uno dei Paesi più europeisti del continente ha frenato o esplicitamente respinto, per alcune settimane, tutte le formule che avrebbero permesso una soluzione europea della crisi greca. La Germania deve all’euro, in buona parte, lo straordinario aumento delle sue esportazioni; e i saldi attivi dei suoi conti corrispondono spesso ai saldi passivi dei Paesi europei importatori. Ma ha lungamente rifiutato di ammettere che questo possa comportare una sua responsabilità e ha reagito con fastidio quando la signora Lagarde, ministro francese della Finanze, si è permessa di ricordare che una tale situazione è alla lunga insostenibile. Conosciamo i motivi di questa politica. Come Berlusconi, anche Angela Merkel legge i sondaggi e sa che i suoi connazionali considerano con indignazione la possibilità che soldi tedeschi vengano usati per aiutare i «fannulloni» mediterranei. Vi sarà una elezione il 9 maggio per il rinnovo del governo del Land Nord-Reno Westfalia e il cancelliere non vuole correre rischi. Non basta. La Corte costituzionale tedesca ha già fissato alcuni limiti alla politica europea del governo e potrebbe bollare con il marchio della incostituzionalità qualsiasi sostegno finanziario alla Grecia. Ma è possibile avere una moneta unica senza una politica economica comune e, in ultima analisi, un debito pubblico europeo? Fra i compiti della classe dirigente non vi è soltanto quello di raccogliere consensi e sopravvivere. Vi è anche quello di spiegare ai cittadini perché non sia giusto pregiudicare il futuro per compiacere gli elettori d’oggi. Mi sembra che la Germania, alla fine di un lungo negoziato, abbia fatto un passo indietro, sia pure piccolo. Forse l’aspetto più promettente dell’accordo di Bruxelles è la volontà, manifestata dalla Francia e accettata con qualche riserva anche dalla signora Merkel, di rendere più efficace e coordinato il governo economico dell’Unione.


Giovedi' 1 Aprile 2010
LA CHIESA CONTESTATA NEL MONDO E IN ITALIA
Secondo alcuni articoli apparsi sul Corriere la Chiesa sarebbe sottoposta a una serie di attacchi provenienti da diverse fonti.
La mia sensazione è che effettivamente siano cresciute le contestazioni alle posizioni del Vaticano, in Italia e nel mondo. Mi domando se questo stato di cose non sia il logico risultato, paventato qualche anno fa quando, ancora sotto il precedente Pontefice e ancora di più sotto l’attuale Papa, qualcuno predisse che la decisione della Chiesa di scendere nell’arena politica, non solo dell’Italia, l’avrebbe esposta ai tipici rischi di chi milita in politica, dove la lotta è violenta e il rischio schiaffi in faccia è all’ordine del giorno. Non le pare che quelli presi dal cardinale Bagnasco, dopo il suo recente intervento chiaramente a favore del centrodestra, si inquadrino in questa realtà?
Giorgio Costa, | giocosta@fibertel.com.ar

Caro Costa, Credo anch’io che il caso dei preti pedofili non basti a spiegare le difficoltà che la Chiesa sta attraversando.
Vi è una maggiore disposizione delle vittime e dei loro congiunti a parlare di avvenimenti che restavano generalmente sepolti fra le mura familiari. Vi è il tam tam globale di una rete informativa che ha una crescente tendenza a gridare notizie scioccanti. Vi è il mercato degli indennizzi alimentato dalla spregiudicatezza dei Paesi in cui gli avvocati possono accordarsi con i clienti per una spartizione degli utili. Ma vi è anche probabilmente la rigida posizione assunta dalla Chiesa sui temi che maggiormente interessano alcune fasce emergenti della società moderna: aborto, divorzio breve, procreazione artificiale, unioni fra omosessuali, testamento biologico, suicidio assistito, eutanasia. Su tutti questi temi la Chiesa è arroccata in difesa, sostiene instancabilmente il rispetto delle pratiche tradizionali (quelle che vengono un po’ retoricamente definite «valori») ed è quindi percepita da molti come il nemico che maggiormente si frappone alla realizzazione dei loro bisogni e dei loro desideri.
In Italia il problema è complicato dalla particolare posizione storica della Chiesa e dall’autorità di cui gode in larghi settori della società italiana.
La curia romana assistette senza troppi rimpianti alla morte della Democrazia cristiana perché ritenne, con ragione, che la dispersione dell’elettorato cattolico le avrebbe consentito di esercitare complessivamente una maggiore influenza sulla società nazionale. L’uomo che meglio incarnò questa strategia fu il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale dal 1991 al 2008.
Favorito dalla crisi del sistema politico italiano e dalla presenza sul soglio pontificio di un Papa che pensava al mondo più di quanto non pensasse alla penisola, Ruini divenne il principe-vescovo della nazione italiana e non esitò a intervenire scopertamente nella politica nazionale, anche suggerendo agli elettori di disertare le urne per impedire il raggiungimento del quorum nel referendum sulla procreazione assistita.
Occorre ammettere con franchezza, tuttavia, che il successo della politica della Conferenza episcopale è dipeso in gran parte dalla disponibilità di alcuni settori della politica italiana a tollerarne le interferenze.
Ed è questa forse la ragione per cui il cardinale Bagnasco ha finito per adottare una linea simile a quella del suo predecessore.
Naturalmente altri italiani hanno reagito diversamente e considerano gli interventi della Chiesa come una indebita invasione di campo. È riemerso in tal modo alla superficie quel contrasto fra laici e «clericali» che speravamo di avere definitivamente sepolto nel passato


Martedi' 30 Marzo 2010
COME È DIFFICILE ANALIZZARE UN'ITALIA IMPREVEDIBILE
Di lei ho sempre avuto buona considerazione sia per la competenza sia per la proprietà di linguaggio. Fino a quando, in un’intervista a Maria Latella su Sky, lei è caduto clamorosamente sull’ultima domanda: che cosa pensa della situazione politico-economica italiana? La sua risposta mi è sembrata tratta dal manuale del perfetto qualunquista: le cose non vanno bene, ma nemmeno male. Che agli italiani delle elezioni non gliene importa niente, perché sono abituati a farsi i fatti loro. E in qualche modo riusciranno a tirare avanti come sempre. Insomma: Francia o Spagna purché se magna.
Enrico Bruzzone, | bruzico@libero.it

Caro Bruzzone, Cercherò di dimostrare che la sua impressione è sbagliata e che il senso delle mie parole era diverso. Qualche anno fa l’Economist decise di pubblicare un supplemento sull’Italia e dette a un suo redattore l’incarico di raccogliere informazioni, compilare dati statistici e intervistare il maggior numero possibile di industriali, economisti, uomini politici, osservatori, commentatori. Verso la fine del viaggio il redattore venne a trovarmi a Milano e mi fece un quadro dell’Italia molto negativo. Mi interpellò sul conflitto d’interessi di Berlusconi, sullo stato di salute della sinistra, sulla moralità degli italiani dopo Tangentopoli, sulle condizioni del Sud e sull’importanza delle organizzazioni criminali nelle campagne elettorali delle regioni meridionali. Quando gli detti risposte che confermavano, per grandi linee, le sue impressioni, mi disse di essere giunto alla conclusione che il Paese era allo sbando e che rischiava un duplice collasso: politico ed economico. Gli risposi che la sua previsione poteva essere sbagliata. L’ottimismo, nella lunga crisi da cui l’Italia faticava a uscire, non era realistico; ma non lo era neppure il pessimismo. Cercai di spiegargli che il Paese era capace di scatti imprevedibili, maturati negli angoli meno visibili della società italiana, che coglievano di sorpresa persino i suoi osservatori più attenti e la stessa classe politica. Ricorda, caro Bruzzone, che cosa accadde quando all’inizio dell’ultimo governo Prodi, nel 2006, il ministero dell’Economia fu improvvisamente «innaffiato» da un gettito fiscale particolarmente elevato? Quel tesoretto, come venne chiamato, fu il risultato della silenziosa tenacia con cui molti industriali italiani, dopo la crisi dell’11 settembre, avevano studiato i mercati stranieri, rinnovato le loro linee di produzione e riconquistato posizioni a cui avevano dovuto rinunciare. Un altro segnale positivo venne negli anni seguenti quando ci accorgemmo che il prodotto interno lordo della Gran Bretagna, se depurato dei redditi provenienti dal settore finanziario, è inferiore a quello dell’Italia. Esiste nel Paese una combinazione di scaltrezza, buon senso, audacia che è moralmente discutibile, ma può produrre, in alcune circostanze, risultati molto positivi. Gli italiani si sono sempre lamentati dei loro governi, ma hanno raramente aspettato le leggi e i decreti per occuparsi dei propri affari. Preferirei che avessero un maggiore senso della legalità e una più robusta coscienza civile, ma non posso fare a meno di constatare che smentiscono quasi sempre con altrettanta abilità sia le previsioni pessimistiche sia quelle ottimistiche.

Lunedi' 29 Marzo 2010
CORSICA, ORGOGLIO ISOLANO E BEGHE DI FAMIGLIA
Mi piacerebbe sapere la sua opinione su un problema che la nostra stampa ignora completamente: quello della Corsica. Non mi riferisco al separatismo armato, fenomeno ormai in via di esaurimento, ma a un tema ben più concreto e attuale (almeno in Francia): quello di una regione mediterranea nella quale si coagula una sete di autonomia che investe buona parte della «repubblica una e indivisibile». Al tempo stesso, una regione che vorrebbe riallacciare i noti legami culturali con l’Italia, la quale al contrario sembra del tutto disinteressata a farlo.
Alessandro Michelucci, | a.michelucci@fol.it

Caro Michelucci, Parliamo poco della Corsica per la stessa ragione per cui la stampa straniera cerca raramente di analizzare le vicende di un’altra grande isola mediterranea come la Sicilia. Non è facile penetrare nella mentalità di un Paese in cui le questioni di politica e di partito s’intrecciano continuamente con gli interessi dei clan, le lealtà familiari, i vecchi rancori e le vendette personali. Ho conosciuto e frequentato per qualche tempo Alexandre Sanguinetti, uno dei maggiori uomini politici corsi della V Repubblica. Aveva combattuto nell’Armée d’Afrique durante la Seconda guerra mondiale e perduto una gamba durante la conquista dell’isola d’Elba nel 1944. Si era battuto per l’«Algeria francese» e aveva stretto rapporti con ambienti da cui sarebbe sorta l’Oas (Organisation de l’Armée Secrète), il movimento clandestino che cercò di boicottare la politica conciliante del generale De Gaulle durante i negoziati per l’indipendenza algerina. Ma scelse, alla fine, il partito del generale e contribuì tra l’altro alla creazione del Servizio di azione civica, una sorta di polizia parallela che fu oggetto di molte discussioni e di parecchi sospetti. Più tardi divenne ministro degli Ex combattenti in uno dei governi di Georges Pompidou e per qualche tempo segretario generale del partito gollista. Vi erano nella sua vita molte pagine oscure o indecifrabili e vicende di cui non desiderava parlare. Ma era un uomo intelligente e conosceva perfettamente la sua isola. Se vuole capire la Corsica, mi disse un giorno, non cerchi soltanto spiegazioni politiche, le famiglie possono essere molto più importanti dei partiti. Credo anch’io che il problema dell’autonomia sia diventato in questi ultimi tempi meno importante. Dopo la svolta regionalista della politica francese, la Corsica ha ormai un certo numero di competenze e, tra l’altro, una università intitolata a Pasquale Paoli in cui si coltivano anche le tradizioni linguistico- dialettali dell’isola. È molto probabile che il desiderio di autonomia nell’ambito dello Stato francese spinga i corsi a stabilire rapporti con la cultura italiana. Ma faremmo bene a ricordare che l’isola è molto orgogliosa e non ha dimenticato né il dominio genovese (per i corsi, complessivamente, una pessima esperienza), né il dissennato nazionalismo fascista della seconda metà degli anni Trenta quando il regime rivendicava diritti inesistenti e finanziava uno sparuto gruppo di «irredenti» senza alcun seguito.

Domenica 28 Marzo 2010
BRIGANTAGGIO MERIDIONALE VISTO E GIUDICATO DA MILANO
Quale fu la posizione ufficiale della Chiesa nei confronti del brigantaggio postunitario? Ho letto che una parte del clero (non so se anche con l'assenso di Papa Pio IX) appoggiò i briganti, offrendo loro asilo e protezione. È vero, o si tratta solo di propaganda anticlericale?
Michele Toriaco, Foggia, |

Caro Toriaco, La Chiesa non adottò una posizione ufficiale sul brigantaggio. Ma accolse Francesco II a Roma, permise che vi creasse una specie di governo in esilio e tollerò che Palazzo Farnese, dove il re di Napoli si era installato con ciò che restava della sua corte, diventasse lo stato maggiore della rivolta. Di lì passavano i legittimisti italiani e stranieri che decisero di andare a combattere contro i «piemontesi ». Di lì partivano le esortazioni e le raccomandazioni. Lì si raccoglievano i denari necessari alla lotta. Per la Santa Sede il Regno delle Due Sicilie non era morto. Era stato occupato da una potenza straniera ed era quindi vittima di una sopraffazione che la Chiesa Romana non smise di deplorare e denunciare. Il governo di Torino adottò misure drastiche e brutali, ma non aveva altra scelta, di fronte a sé, fuor che quella di continuare la guerra sino alla soppressione della rivolta. Qualcuno, in quegli anni, sostenne che sarebbe stato utile andare oltre e colpire gli insorti dove era il cuore e il cervello delle loro imprese. E avanzò questa tesi con argomenti che mettevano in discussione la politica del governo nazionale. Il luogo in cui queste critiche vennero avanzate con maggiore vigore fu Milano. Il fenomeno venne descritto nel 1975 da uno dei migliori storici del secondo dopoguerra, Giorgio Rumi, in un articolo intitolato «L’opinione pubblica milanese e il brigantaggio». Studioso cattolico, editorialista dell’Osservatore Romano e consigliere della curia milanese, Rumi (scomparso nel 2006) si considerava tuttavia un cattolico liberale nello stile di Gabrio Casati, Tommaso Gallarati Scotti, Stefano Jacini. La straordinaria varietà dei suoi interessi è dimostrata da due volumi pubblicati ora dalle Edizioni Universitarie di Lettere Economia e Diritto con il titolo «Perché la storia. Itinerari di ricerca (1963-2006)». Mentre lavorava sul ruolo della Lombardia nelle fasi decisive del Risorgimento, Rumi lesse attentamente anche la stampa della sinistra milanese. Per i mazziniani e i garibaldini il fenomeno del brigantaggio era il risultato di due politiche, quella di Torino e quella di Roma, che avevano obiettivi opposti ma erano altrettanto responsabili di ciò che stava accadendo nell’Italia meridionale. Torino aveva sottovalutato «una realtà storica complessa, (le) secolari strutture sociali, (i) dati di fatto ambientali e geografici ». Aveva agito con aridi criteri politico-amministrativi che avevano deluso le popolazioni meridionali. E a Roma, nel frattempo, Francesco II armava con l’aiuto del Papa le mani degli assassini. Secondo la sinistra milanese occorreva superare questo stallo restituendo a Garibaldi la spada che gli era stata tolta, affidandogli il compito di pacificare il Sud e di completare l’impresa unitaria fino a Roma e a Venezia. Era l’anima popolare del Risorgimento che cercava di fare udire la propria voce.


Sabato 27 Marzo 2010
COME UN’ANALFABETA TEDESCA IMPARÒ A LEGGERE DA SOLA
Nel film «The reader» (A voce alta) si racconta una storia in cui la protagonista che prima lavorava alla Siemens aveva accettato nel 1943 di lavorare per le SS per fare la guardiana. Ebbene, lei era analfabeta e amava farsi leggere i libri prima dalle sue detenute poi a guerra finita da un giovane. Anche io sono rimasto stupito che nella Germania nazista vi fosse ancora l'analfabetismo. Il film è stupendo e dovrebbe essere proiettato nelle scuole come fu fatto con «Schindler List».
Agostino Ghiglione, | agostinoghiglione@libero.it

L’esistenza di analfabeti nella Germania di Hitler non è affatto sorprendente. Secondo la Süddeutsche Zeitung, il grande quotidiano di Monaco di Baviera, vi sarebbero oggi nella Repubblica federale quattro milioni di persone che non sanno neppure scrivere una frase elementare come «io gioco al calcio». Sono uomini e donne che riconoscono le lettere dell’alfabeto, ma non possono leggere un testo o comporre una frase. Secondo Il Sole 24 Ore del 20 marzo, il fenomeno è confermato e spiegato da altri dati. Sono settantamila i ragazzi che abbandonano le scuole ogni anno ed è più che raddoppiato il numero degli alunni di terza elementare obbligati a ripetere la classe. È probabile che ogni grande società moderna, dalle Americhe all’Europa, abbia oggi, indipendentemente dalla sua politica in materia d’istruzione, gli stessi problemi. Il caso di Hanna Schmitz, protagonista del film da lei citato, non fu quindi eccezionale. Straordinario fu invece il fatto che questa giovane donna fosse letteralmente affamata di letteratura e riuscisse orgogliosamente a nascondere il suo handicap. Né le detenute ebree del campo di concentramento in cui prestò servizio né Michael Berg, il giovane amante incontrato in una via di Neustadt dopo la fine della guerra, capirono che Hanna era analfabeta. Questa combinazione di vergogna e di orgoglio ebbe una drammatica influenza sulla sua vita. Quando negli anni Sessanta fu arrestata con altre guardiane del campo e processata, tra l’altro, per l’uccisione di trecento ebrei, Hanna avrebbe potuto provare la propria innocenza. Le sarebbe bastato ammettere il proprio analfabetismo e dimostrare in tal modo che la firma in calce al rapporto sull’esecuzione del massacro non poteva essere sua. Rifiutò di sottoporsi a una prova di scrittura e venne condannata all’ergastolo. Fu questo il momento in cui il giovane amante di Neustadt comprese finalmente il segreto di Hanna. Più tardi Michael continuerà a essere il suo lettore inviandole le registrazioni sonore dei capolavori della letteratura mondiale. E Hanna inventò per se stessa una straordinaria pedagogia. Ascoltò più volte le cassette scrutando il testo del libro per individuare e mandare a mente la grafia di ogni singola parola. E alla fine della sua carcerazione, quando la buona condotta consentiva ormai la riduzione della pena, era finalmente capace di leggere. Ma era troppa orgogliosa e solitaria per tornare nel mondo e si tolse la vita nell’ultimo giorno della prigionia. Anch’io, caro Ghiglione, penso che questo film, tratto dal romanzo di Bernhard Schlink apparso in Italia presso Garzanti, meriti di essere diffuso tra i giovani.

Domenica 7 Marzo 2010
EMIGRANTI TEDESCHI NEGLI USA COME DIVENNERO AMERICANI
A proposito del trattamento da «enemy aliens», dopo Pearl Harbor nel dicembre del ’41, riservato ai nippo-americani, mi interesserebbe sapere se anche gli «enemy aliens» germano-americani abbiano subito lo stesso trattamento. E, se no, come si spiega?
Claudio Sonzini, claudiosonzini@tiscali.it

Caro Sonzini, Fra il trattamento subito dagli americani di origine giapponese dopo Pearl Harbor e quello riservato agli americani d’origine tedesca dopo l’inizio delle ostilità corrono alcune importanti differenze. I nippo-americani pagarono per i sentimenti di rabbia e indignazione con cui gli Stati Uniti reagirono alla notizia dell’aggressione. La comunità d’origine tedesca, invece, era, allo scoppio della guerra, pressoché completamente americanizzata. Vi furono gruppi filo-nazisti, reti d’informatori e persino qualche tentativo di boicottaggio, spesso ingigantito dalla fiction cinematografica e dai film di propaganda. Ma il quadro, se confrontato a quello della Prima guerra mondiale, era alquanto diverso. Superate le difficoltà psicologiche della Grande guerra i tedeschi erano in buona parte scomparsi nel calderone della società che li aveva accolti. Accadde negli Stati Uniti ciò che era accaduto al vertice dello Stato britannico dove i Sassonia Coburgo della famiglia reale erano divenuti Windsor e i principi di Battenberg avevano cambiato il loro nome in Mountbatten. In America, molto più modestamente, i Braun diventarono Brown, gli Schmidt diventarono Smith, i Weiss diventarono White e gli Eisenhauer diventarono Eisenhower. Quando il generale Dwight D. Eisenhower fu eletto alla presidenza degli Stati Uniti, non assistemmo a un fenomeno comparabile al compiacimento della comunità irlandese per la vittoria di John F. Kennedy e a quello della comunità greca per l’elezione di George Pataki al posto di governatore dello Stato del Massachusetts. Aggiunga a queste considerazioni, caro Sonzini, che il fenomeno dell’immigrazione tedesca verso gli Stati Uniti negli anni Venti e Trenta fu alquanto diverso da quello che aveva caratterizzato la fase che precedette la Grande guerra. Dalla Germania e dall’Austria, fra le due guerre, arrivarono soprattutto gli ebrei, mentre nel secolo precedente i tedeschi sbarcati negli Stati Uniti furono sei milioni. Gli americani con ascendenza tedesca sono oggi circa 50milioni e rappresentano il maggior gruppo etnico del Paese dopo quello proveniente dalle isole britanniche. Un industriale genovese che visitò gli Stati Uniti prima della Seconda guerra mondiale mi disse molto tempo fa: «Ho trovato un Paese che è riuscito a sommare le qualità britanniche con quelle germaniche. Parlano inglese, ma sono anglo-tedeschi». I tedeschi hanno, come altre minoranze, aggiunto qualcosa all’America. Sono una componente fondamentale della sua identità.


Sabato 6 Marzo 2010
SCUOLA PUBBLICA E PRIVATA UN’ARRINGA DI CALAMANDREI
Le invio il discorso tenuto da Piero Calamandrei nel 1950, in occasione del Terzo Congresso in difesa della scuola pubblica nazionale. Campanello d'allarme lucido e quanto mai attuale!
Paola Formica, Roma, |

Cara Signora, L’intervento di Calamandrei al Congresso è una splendida arringa in favore della scuola pubblica e dovrebbe essere pubblicato integralmente, ma è troppo lungo per le esigenze di questa pagina. Cercherò di coglierne gli aspetti più importanti. Calamandrei non è contrario alle scuole di partito e a quelle confessionali, ma sostiene che la loro esistenza può essere ammessa e tollerata soltanto se lo Stato difende la scuola pubblica: unico baluardo contro sistemi educativi che minacciano la democrazia e la libertà. Per meglio argomentare la sua tesi chiede anzitutto «come si fa a istituire in un Paese la scuola di partito», e risponde che questo obiettivo può essere raggiunto in due modi. Il primo consiste nel piegare la scuola pubblica alle esigenze educative di un regime totalitario, come sarebbe avvenuto all’epoca del fascismo; il secondo («subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre») consiste nel deprezzare la scuola pubblica, privarla del sostegno di cui ha bisogno, indirizzare le famiglie verso altri sistemi educativi, fornire a questi sistemi l’appoggio finanziario che viene progressivamente sottratto alla scuola statale. È il metodo preferito, secondo Calamandrei, da quei regimi che cercano d’instaurare una dittatura soffice e larvata. Ed è, a suo avviso, il metodo più pericoloso, quello contro cui occorre mobilitare la resistenza della società civile. Suppongo che lei, cara Signora, mi abbia inviato l’intervento di Calamandrei perché la descrizione del secondo metodo le sembra corrispondere a quanto è accaduto in Italia da quando il governo ha deciso di sovvenzionare le scuole confessionali e ha applicato alla scuola pubblica riforme che molti critici considerano punitive. A me sembra tuttavia che le preoccupazioni di Calamandrei riflettano situazioni alquanto diverse da quelle degli ultimi decenni e siano per certi aspetti datate. È vero che i cattolici hanno sempre chiesto un aiuto pubblico per le scuole confessionali. Ed è vero che lo hanno ottenuto, paradossalmente, dopo la morte della Democrazia cristiana, quando il ministro della Pubblica istruzione era un ex comunista. Ma il fenomeno non è soltanto italiano. Quasi tutte le maggiori democrazie (dagli Stati Uniti alla Francia) hanno dovuto ammettere che era ormai interesse dello Stato, in una società di massa, lasciare che anche le scuole private, a determinate condizioni, contribuissero alla educazione dei cittadini. Nel caso dell’Italia poi l’analisi sarebbe incompleta se dimenticassimo che non è stato necessario, negli scorsi anni, incoraggiare le famiglie e iscrivere i loro figli negli istituti privati. Lo hanno fatto spontaneamente, in molti casi, quando si sono accorti che la scuola pubblica cominciava a soffrire di troppi mali. Penso agli insegnanti molto sindacalizzati che ricorrevano frequentemente all’arma dello sciopero. Penso al drammatico calo della disciplina negli istituti e ai suoi inevitabili effetti, dalla diffusione della droga alla promiscuità sessuale. Penso agli insegnanti che venivano dalle barricate del ’68 e hanno portato con sé nella scuola le loro frustrazioni ideologiche. La scuola pubblica ha una funzione insostituibile e lo Stato ha l’obbligo di tutelarla. Ma non saremo mai in grado di rinnovarla se non riconosceremo che è in buona parte responsabile del suo declino.


Venerdi' 5 Marzo 2010
VOTO ITALIANO ALL’ESTERO: UNA LEGGE DA CAMBIARE
Da molto tempo si parla di
possibili cambiamenti alla legge elettorale 459 del 2001 che permette l’elezione di parlamentari e senatori rappresentanti degli italiani all’estero, cambiamenti che eliminerebbero queste posizioni. Si farà questa riforma? Me lo auguro. Con le dimissioni di un senatore, le continue accuse di brogli elettorali in ogni parte del mondo, questo problema diventa sempre più importante. Le dico sinceramente che per la grande maggioranza degli italo-australiani, queste rappresentanze hanno ben poco valore. Credo che la facoltà di votare per un parlamentare in Italia sia più che sufficiente.
Franca Arena


Oggi il tema diventa di grande attualità, perché lo scandalo Di Gerolamo è esattamente la dimostrazione di che cosa un sistema balordo può partorire. Le scrivo questa lettera, perché al di là della inchiesta sul caso specifico, il problema è quello di cambiare una legge pericolosa.
Franca Arena e Ugo Intini, |

Cara Signora, caro Intini, Devo ricordare ai lettori anzitutto le ragioni per cui voi avete in questa materia un particolare «diritto di parola». Franca Arena ha lasciato Genova per l’Australia all’inizio degli anni Cinquanta, è divenuta australiana e ha fatto una brillante carriera politica a Sidney, nel New South Wales, dove è stata per qualche anno ministro del governo regionale.
Ugo Intini è stato sottosegretario agli Esteri nel governo Prodi e fu uno dei pochi che in Parlamento, quando venne approvata la legge sul voto degli italiani all’estero, ebbe il coraggio e la saggezza di votare contro.
Credo che Franca Arena abbia ragione quando sostiene che questa legge non interessa alla grande maggioranza degli italo-australiani, e penso che le stesse considerazioni valgano per altre comunità emigrate, soprattutto fuori dell’Europa. Tra questa mancanza d’interesse e le frodi (di cui cominciammo ad avvertire l’esistenza sin dalle elezioni del 2006) esiste una stretta relazione.
Quando il numero delle schede disponibili è molto più alto di quello delle persone desiderose di votare, è pressoché inevitabile che qualcuno cerchi di raccoglierne il maggior numero possibile. Se vogliamo evitare che questo accada dobbiamo in primo luogo sopprimere le circoscrizioni elettorali straniere, enormi mostri giuridico-istituzionali di cui nessuno può dirsi ragionevolmente rappresentante.
Chi vuole votare deve poterlo fare per il Parlamento nazionale, come accade in tutte le maggiori democrazie.
Ma occorre anche, in secondo luogo, ridurre considerevolmente il numero di coloro che hanno diritto al voto.
Devono goderne quelli che hanno conservato la cittadinanza italiana, non quelli a cui è stata elargita perché hanno un nonno italiano e hanno persino dimenticato la lingua. E occorrerà stabilire un limite di tempo (venti o trent’anni) al là del quale il diritto di voto non può più essere esercitato.
Ricordo che la legge fu votata nel 2001 da una maggioranza che comprendeva buona parte dell’opposizione.
Mi auguro che il guasto venga riparato con una maggioranza altrettanto larga.

Giovedi' 4 Marzo 2010
I MISTERI DEL CONCLAVE
Ho recentemente letto una notizia che mi ha molto
colpito: il cardinale Giuseppe Siri, esponente dell'ala conservatrice della Chiesa, sarebbe stato eletto papa il 26 ottobre 1958, scegliendo il nome di Gregorio XVII, nel segreto del conclave da cui poi uscì pontefice Giovanni XXIII.
Questa teoria è stata a lungo sostenuta negli ambienti dei cosiddetti sedevacantisti e dei cattolici tradizionalisti, e si ha riscontro di essa addirittura in un rapporto della Cia (di cui tuttavia si è persa traccia).
La legittima elezione di Siri avrebbe però incontrato forte opposizione da parte, secondo alcuni, dei cardinali dell’Est europeo, timorosi della reazione dei regimi comunisti, secondo altri, di alcuni «progressisti» francesi.
A sostegno della tesi «complottistica» è stato inoltre utilizzato il colore di una fumata, secondo alcuni bianca, corrispondente proprio alla seduta in cui Siri avrebbe raggiunto la maggioranza necessaria, accettando poi l’elezione.
Come sono andate le cose?
Luca Bellardini, | bedea@tiscali.it

Caro Bellardini,
Il solo granello di verità nella voce da lei raccolta è probabilmente il colore delle fumate (nero per le votazioni fallite, bianco per quella positiva) che uscirono in quei giorni dal camino del Conclave.
Molte, in effetti, avevano un colore incerto, né bianco né nero, e suscitarono qualche minuto di sgomento. Secondo Benny Lay, autore di un libro sul cardinale Siri («Il Papa non eletto», ed. Laterza), lo stesso Siri spiegò più tardi le ragioni di quella confusione dicendo di avere assistito «alla piccola cerimonia con cui, al termine di ogni duplice votazione, si procedeva a bruciare le schede nella stufa della Cappella Sistina: nessuno dei cardinali addetti allo scopo si preoccupava di mettere nella stufa il materiale necessario per segnalare l’esito negativo degli scrutini ». Erano passati 19 anni dal Conclave precedente e molti fra i 51 cardinali del Sacro Collegio non avevano mai fatto quella esperienza.
Il resto della storia è una favola nata negli Stati Uniti in ambienti anti-conciliari, decisi a screditare il papato di Giovanni XXIII e a mettere in dubbio la legittimità delle sue decisioni fra cui, per l’appunto, la convocazione del Concilio Vaticano II. Il miglior testimone dell’assurdità dell’accusa è proprio il maggiore protagonista della leggenda. Nelle sue lunghe conversazioni con Benny Lay, pubblicate dopo la morte, Siri raccontò di avere provato nei giorni del Conclave un sentimento di ritrosia e di fastidio. Sapeva di essere stato designato da Pio XII come uno dei suoi possibili successori (l’altro era il cardinale Cicognani). Sapeva di essere sostenuto da un gruppo di cardinali italiani e dal cardinale orientale Ignace Gabriel Tappouni, Patriarca di Antiochia.
E aveva ricevuto una esplicita offerta di candidatura durante un colloquio con Monsignor José Sebastian Laboa, segretario di Cicognani. Ma pensava, probabilmente, che quello non fosse il suo momento e aveva respinto le offerte accampando problemi di salute.
Questo non gli impedì di avere nel Conclave un ruolo importante. Prese una netta posizione, anzitutto, contro la scelta di Montini. A Benny Lay, nel 1961, raccontò che quando «un tale» andò a sondarlo sulla eventuale candidatura dell’arcivescovo di Milano, dette «un pugno sul tavolo così forte da far saltare la pietra dell’anello che portava al dito». Ma sulla personalità del cardinale e su altre vicende connesse alla sua vita, caro Bellardini, lei potrà leggere, insieme al libro di Lay, quello più recente curato da Paolo Gheda per l’editore Marietti: «Siri, la Chiesa, l’Italia».
Vi troverà tra l’altro un saggio di Gheda sui rapporti tra Siri e Montini.


Mercoledi' 3 Marzo 2010
UN PALESTINESE IN CARCERE CON CUI (FORSE) SI PUÒ PARLARE
Ho una domanda da porle in aggiunta alle due precise osservazioni del lettore Franco Cohen. Che cosa intende lei riferendosi a Marwan Barghouti come «uno dei più interessanti leader della resistenza palestinese», cioè il fondatore e capo dei terroristi Tanzim che durante la cosiddetta seconda Intifada ha organizzato stragi e mutilazioni di civili israeliani (per lo più ragazzi, bambini e anziani, in discoteche, bar e ristoranti, università, alberghi e centri commerciali, orgogliosamente rivendicati durante i processi e per cui è stato condannato a cinque ergastoli)?
Danielle Sussmann, | rubino47@hotmail.com

Cara Signora, So che la parola «interessante » può essere considerata ambigua, ma credo che si adatti bene alla personalità di Mirwan Barghouti. È nato vicino a Ramallah nel 1959, è diventato membro di Al Fatah (l’organizzazione di Yasser Arafat) a 15 anni e ne ha fondato la sezione giovanile.
Ha un diploma universitario in scienze politiche e tre figli nati dal matrimonio con una compagna di studi, oggi molto impegnata come avvocato nella difesa dei diritti dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Durante la sua vita politica, ha denunciato la corruzione di Arafat e del suo circolo, ha partecipato alla prima e alla seconda Intifada, è stato eletto al Consiglio legislativo (il parlamento dell’Autorità palestinese) e ha fondato le milizie Tanzim, ala militare di Al Fatah e per certi aspetti l’equivalente palestinese di Haganah, l’organizzazione paramilitare costituita dai sionisti in Palestina durante il mandato britannico. Sull’uso della forza contro Israele e la sua popolazione è stato spesso ambiguo.
In alcuni casi è parso giustificarla, anche quando le vittime erano civili, in altri ha sostenuto che la lotta armata doveva essere diretta contro i militari e soprattutto nei territori occupati. È stato arrestato nel 2002 e condannato nel 2004 a cinque ergastoli per altrettante accuse di omicidio, fra cui le tre vittime di un attentato contro il mercato del pesce di Tel Aviv.
Nella sua vita di carcerato vi è un episodio del 2006 che ha suscitato una particolare attenzione.
Nella fase che precedette l’inizio della seconda guerra libanese, mentre Hamas e l’organizzazione palestinese di Mahmud Abbas erano ormai ai ferri corti, Barghouti promosse la redazione di un documento in 18 punti che fu firmato da altri leader palestinesi incarcerati: Abdel Khalek Al Natseh per Hamas, Abdel Rahim Malouh per il Fronte popolare per la liberazione della Palestina e lo sceicco Bassam Al Sadi per Jihad islamica.
Nel documento erano avanzate proposte (ad esempio il ritorno dei rifugiati palestinesi nelle terre da cui erano partiti nel 1948 e nel 1967) che il governo israeliano non avrebbe accettato; ma anche la nascita di uno Stato palestinese a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, vale a dire in territori conquistati da Israele durante la guerra dei Sei giorni.
Pur senza ammetterlo apertamente, il documento conteneva un implicito riconoscimento dello Stato d’Israele.
So che Barghouti è considerato da molti un terrorista. Ma terroristi, per gli inglesi, furono anche, tra gli altri, alcuni autorevoli sionisti come Vladimir Zeev Jabotinsky e Menachem Begin (futuro primo ministro israeliano). I fattori che maggiormente contano, quando arriva il momento di negoziare, sono l’intelligenza e la capacità rappresentativa dell’interlocutore.
Prima o dopo gli israeliani finiranno per parlare con Barghouti.

Martedi' 2 Marzo 2010
LA GRANDE CRISI GRECA RISVEGLIA RICORDI DI GUERRA
In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 24 febbraio si parla del «gelo» tra la Germania e la Grecia: la prima accusa di latrocinio gli ellenici, questi ultimi rispondono con rivendicazioni che affondano nella Seconda guerra mondiale. Potremo (ancora) avere e sostenere l’unione monetaria: quella politica, se ci sarà, toccherà ai nostri nipoti!
Stefano M. de Mitri, | su.pa@tiscalinet.it

Caro de Mitri, Nel clima polemico degli scorsi giorni i rabbiosi riferimenti della stampa greca all’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale sono politicamente inopportuni ma umanamente comprensibili. Gli accordi fra Roma e Berlino, quando le truppe dell’Asse occuparono Atene nel 1941, prevedevano che la Grecia facesse parte della sfera d’influenza italiana. Ma l’amministrazione del Paese occupato finì di fatto nelle mani del comando tedesco. Come in altri territori presidiati dalle sue forze, la Germania addebitò le spese d’occupazione al governo locale e si arrogò il diritto di fissare ogni mese la somma pretesa. Per un Paese povero che viveva principalmente del suo commercio marittimo, questo regime d’occupazione ebbe l’effetto di mandare rapidamente in rovina le finanze dello Stato. In un libro apparso subito dopo la guerra e pubblicato ora dall’editore Le Lettere, un diplomatico italiano, Mario Luciolli, scrisse che i tedeschi trattarono il problema con arrogante indifferenza e furono responsabili di una inflazione galoppante. Quando avevano bisogno di ferro, rame e cemento per le loro fortificazioni, li compravano a qualsiasi prezzo e passavano il conto al governo greco. Nacque in tal modo un mercato nero che era alimentato dalla potenza occupante e che provocò una vertiginosa svalutazione della dracma. Accadde persino che i tedeschi comprassero rame nel mercato nero, che i greci, per sopravvivere, vendessero quello che avevano rubato lungo la linea telegrafica e che i tedeschi, dopo averlo comprato, li ricercassero e li fucilassero come sabotatori. Il rappresentante italiano ad Atene era Pellegrino Ghigi, un diplomatico che aveva fatto la Grande guerra e aveva certamente una cultura nazionalista. Quando lo conobbi, poco più di dieci anni dopo, scoprii un uomo colto, intelligente, addolcito dagli anni e dalle esperienze. Ad Atene si comportò con molto buon senso. Capì che i tedeschi stavano portando il Paese alla rovina e fece del suo meglio per mettere fine alla politica del saccheggio. Quando Mussolini passo dalla Grecia nel 1942, al suo ritorno dall’Africa, Ghigi gli descrisse la situazione e lo convinse a intervenire presso Hitler. Vi fu effettivamente uno scambio di lettere fra i due dittatori, ma i risultati furono pressoché nulli. Non è sorprendente, caro de Mitri, che i greci abbiano trasmesso il ricordo di quegli anni da una generazione all’altra. Aggiungo tuttavia, per concludere, che le ultime generazioni tedesche non hanno con quegli avvenimenti alcun rapporto. Come ha ricordato un portavoce del governo di Berlino, la Repubblica federale ha versato alla Grecia nel 1960 115 milioni di marchi come riparazioni e le ha garantito finanziamenti, a titolo unilaterale o nell’ambito dell’Ue, per 32 miliardi. Spero che Angela Merkel e George Papandreu, quando si incontreranno a Berlino il 5 marzo, parleranno del futuro, non del passato.

Lunedi' 1 Marzo 2010
I 90 ANNI DI DENIS MACK SMITH L’ITALIA CON OCCHI BRITANNICI
Sono un’appassionata lettrice delle vicende del nostro Paese fra ’800 e ’900. Ma soprattutto mi piace conoscere quanto gli studiosi e gli storici stranieri hanno scritto su di noi, sui nostri protagonisti e sugli avvenimenti-chiave degli ultimi due secoli. Per esempio, di Denis Mack Smith ho letto parecchi libri, trovando sempre di grande interesse le sue pagine. Ma da un po’ di tempo mi accorgo che di suoi libri non ne escono più; e mi piacerebbe sapere il perché.
Maria Luisa Castagna , | mlcastagna@libero.it

Cara Signora,
Denis Mack Smith è nato nel 1910 e compie ora i novant’anni. È questa la ragione per cui lei non ha avuto occasione di trovare in libreria studi recenti di uno storico britannico che è stato sempre amato dai lettori, ma fortemente discusso dai critici e da qualcuno di essi contestato.
Ma nelle sue occasionali interviste al Corriere, Mack Smith dimostra di non avere perduto la curiosità e l’intelligenza con cui ha sempre seguito le vicende del nostro Paese. Pochi altri studiosi possono vantarsi di avere esplorato a tal punto la storia nazionale italiana. Il suo primo libro, pubblicato nel 1954, è una affascinante descrizione dei rapporti che intercorsero tra Cavour e Garibaldi. Da allora ha scritto una storia dell’Italia moderna, una storia della Sicilia dal Medio Evo al Risorgimento, una storia del Corriere della Sera, biografie di Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, Mussolini, Mazzini, ritratti di Umberto I e Vittorio Emanuele III, numerosi saggi sulla formazione dell’Italia unita.
Uno dei più vivaci scontri con i suoi critici italiani risale al maggio del 1970 quando apparve presso Laterza l’edizione italiana della sua storia della Sicilia. In occasione della presentazione del libro a Palermo, uno storico siciliano disse sprezzantemente che l’autore era il «Montanelli di Oxford». Si riferiva naturalmente alla «Storia d’Italia» montanelliana, di cui erano già stati pubblicati alcuni volumi, e in particolare a quello sul Seicento, apparso da poco. Montanelli, che aveva appena dedicato una eccellente recensione alla Storia della Sicilia, ne fu felice. Sotto la data del 2 maggio 1970 scrisse nel suo diario che lui e Mack Smith avevano gli stessi nemici: «quegli insopportabili pedanti accademici». E aggiunse: «Credo che facciamo entrambi un buon affare, e anche un affare buono: se riusciamo a squalificare agli occhi del pubblico la storiografia accademica (...), avremo reso un grosso servigio alla cultura». In realtà fra i due esistevano molte differenze.
Il primo aveva una solida formazione storica, iniziata alla scuola di George Macaulay Trevelyan, il secondo una formazione letteraria e giornalistica. Ma avevano entrambi la capacità di narrare gli eventi e di trasportare il lettore nei tempi a cui dedicavano i loro studi. Fecero amicizia e parteciparono insieme a parecchi incontri con il pubblico. Erano entrambi molto alti ma di carattere alquanto diverso: polemico e tagliente Montanelli, distaccato, ironico e apparentemente pigro Mack Smith.
Ma quali erano — lei potrebbe chiedermi a questo punto — i peccati e le colpe che alcuni storici italiani (fra cui Rosario Romeo) rimproveravano alla studioso di Oxford? Sostenevano che era troppo aneddotico, che la sua documentazione non era sempre completa, che certe interpretazioni della storia erano molto discutibili. In alcuni casi non avevano torto. Ma credo che i loro giudizi fossero influenzati dalla combinazione di ironia e severità con cui Mack Smith affrontava alcuni passaggi cruciali della storia italiana. Ci fu in quelle reazioni una certa dose di patriottismo corporativo. Difendevano la loro Italia, ma anche, contemporaneamente, la loro corporazione.

Lunedi' 1 Febbraio 2010
GLI STATI UNITI AD HAITI E LA GAFFE DI BERTOLASO
A mio avviso, il capo della Protezione civile Guido Bertolaso ha sbagliato, soprattutto se le sue osservazioni erano fondate. Il suo compito è di dirigere gli aiuti, quelli italiani, dato che nessuno aveva proposto che dirigesse quelli degli altri e nessuno degli altri lo aveva accettato come capo. Ciò non significa che non dovesse farle, ma che dovesse rivolgersi ai suoi mandanti, non alla stampa. Spettava a chi gli ha dato l’incarico— cioè il governo italiano per bocca di chi è preposto alla politica estera — decidere se, quando e come trasmettere le sue osservazioni agli americani. È stato controproducente: Silvio Berlusconi ha dovuto chiedere scusa per siffatta rottura delle norme che regolano i rapporti tra Stati e per il principio, invocato da grandi e piccini, di non ingerirsi nelle questioni interne altrui. Ammesso che ne abbia voglia, oggi il nostro governo si trova impossibilitato a farlo o a sollevare la questione con la giusta efficacia nelle giuste sedi: Onu, Bruxelles, Ambasciate. Ha nuociuto all’efficacia della missione umanitaria italiana: non potremo certo ottenere con entusiasmo l'appoggio, anche solo logistico, degli Stati Uniti. Pensi all’attracco delle navi, ai trasporti e alla sicurezza. Si è messo da solo un bastone tra le ruote. Purtroppo a subirne le conseguenze saranno gli haitiani e la serietà dei nostri rappresentanti. Chissà se Bertolaso se ne rende conto. Temo di no.
Vittorio A. Farinelli , | vittoriofarinelli@tiscali.it

Caro Farinelli,
Le sue considerazioni sono formalmente impeccabili. Ma io continuo a pensare che Guido Bertolaso, come il bambino della favola di Andersen («l’imperatore è nudo!»), abbia avuto il merito di stracciare il velo dì ipocrisia e correttezza che i governi occidentali (con qualche eccezione a Parigi) avevano steso intorno alla vicenda haitiana. Parecchi giorni dopo l’intervista di Bertolaso a Lucia Annunziata, Bill Clinton, incaricato da Obama di coordinare insieme a George W. Bush l’opera di salvataggio e assistenza, ha detto a un gruppo di imprenditori americani che le scuole sono ancora chiuse, che i centri per la distribuzione di cibo sono 15 (ne occorrono altri 100) e che il sistema ha un urgente bisogno di mezzi di trasporto: «Se qualcuno sa dove posso trovare camioncini o camion, me ne servono 100 ieri». Ha detto in altre parole ciò che tutti noi abbiamo potuto constatare guardando la televisione. Non mancano soltanto le scuole, i centri di distribuzione, i camion. Mancano anche e soprattutto le tende dove alloggiare il popolo che ha perduto la casa.
È permesso chiedersi se fosse utile e necessario, in questa situazione, mandare nell’isola dodicimila soldati? I vertici delle forze armate degli Stati Uniti ci hanno spesso spiegato che le truppe americane non sono addestrate per dirigere il traffico ed esercitare funzioni di polizia: sono educate a combattere. Le abbiamo viste da allora presidiare l’aeroporto e il palazzo del capo dello Stato; molto meno, se non sbaglio, nelle vie e nelle piazze della città distrutta. Era opportuno fornire a Hugo Chavez, ai fratelli Castro e a Evito Morales l’occasione per affermare che l’America è sbarcata a Port-au-Prince con un corpo di spedizione che assomiglia a una forza d’occupazione molto più di quanto non somigli a una missione umanitaria? È scorretto osservare che l’America sta ancora trattando i Caraibi con i metodi di un colonialismo sussultorio? Manda le sue truppe quando un territorio le sta scappando di mano, le ritira quando il pericolo è passato; e quello che accade fra una crisi e l’altra le interessa soltanto fino a un certo punto. Riconoscere la sua leadership, come ha fatto il ministro Frattini a Washington per calmare i furori di Hillary Clinton, significa semplicemente riconoscere che ha il diritto di invadere Haiti a suo piacimento.



Domenica 31 Gennaio 2010

FINE DEL REGNO DI NAPOLI UNA SVISTA DELLE POSTE
Nel sito delle Poste italiane si legge: «... vennero utilizzati fino ad esaurimento i francobolli del Regno di Sardegna. Portavano l’effigie del Re Vittorio Emanuele II, diventato Vittorio Emanuele I Re d’Italia». È un errore, perché il re volle cambiare la numerazione dinastica. Ed è più che documentato che il Regno delle Due Sicilie fu tragicamente conquistato, non essendoci colà alcuna voglia di unirsi ai piemontesi. In un altro capitolo si lascia intendere una presunta arretratezza del Regno delle Due Sicilie in campo postale, basandosi sui chilometri di strade ferrate e sulla presenza di briganti, dimenticando che: in Sicilia ci fu il primo telegrafo ad asta d’Italia, il primo telegrafo sottomarino d’Europa fu quello tra Reggio e Messina, meridionali furono il primo telegrafo elettrico, la prima linea regolare di diligenze e la prima convenzione postale marittima d’Italia. Quanto al brigantaggio, fu un prodotto dell’unificazione italiana: prima era stato della stessa portata degli altri Paesi.
Pietro Fucile, | pietrofucile@hotmail.com

Caro Fucile, Spero che il sito delle Poste corregga rapidamente l’errore. Il gesto che Vittorio Emanuele, per orgoglio dinastico, rifiutò di fare, fu compiuto da Umberto che nel 1878, alla morte del padre, accettò di essere il primo del suo nome.
Vedo tuttavia che anche lei, nel segnalare l’errore delle Poste italiane, commette quello di rappresentare il Regno delle due Sicilie come uno Stato moderno e progredito, rozzamente conquistato dalla soldataglia piemontese e dalle teste calde di Garibaldi. È certamente vero che le descrizioni del Regno borbonico furono per molto tempo, prima e dopo il suo collasso, parziali e tendenziose.
Rispecchiavano la filosofia politica dei vincitori, i pregiudizi dei liberali inglesi e i sentimenti dei molti esuli meridionali che erano stati costretti ad abbandonare il loro Paese durante il regno di Ferdinando II. Ma vi sono stati da allora studi importanti che hanno esaminato attentamente lo stato delle finanze del regno meridionale alla vigilia del suo collasso.
Uno dei migliori è probabilmente quello di Ruggero Moscati su «La fine del regno di Napoli», apparso nel 1960 presso l’editore Le Monnier. Moscati era napoletano, aveva studiato nell’università della sua città con Michelangelo Schipa, aveva insegnato a Messina e a Roma, e fu negli ultimi anni della sua vita presidente della Commissione per la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani. Era certamente risorgimentale e unitario, nello spirito di altri intellettuali meridionali da Benedetto Croce a Giustino Fortunato. Ma riconobbe che Ferdinando II, dopo il 1848, lanciò un programma di modernizzazione del Paese e fece «notevolissimi sforzi in vasti settori, soprattutto in quelli della bonifica, della viabilità, dei lavori pubblici, del riattamento dei porti, della introduzione del telegrafo». Nacquero così due zone industriali concentrate intorno a Napoli e a Salerno.
Moscati constatò altresì che la pressione fiscale del Regno era lieve. Ma il sistema industriale borbonico presentava alcuni inconvenienti. Era protetto da un’alta barriera tariffaria, quindi poco competitivo e ridotto, soprattutto nel settore dei tessili, a produzioni di modesta qualità. Aveva costi di produzione elevati. Era sostenuto da capitali stranieri piuttosto che nazionali. Sopravviveva soprattutto grazie alle commesse dello Stato. Non aveva alle sue spalle una buona rete stradale e porti collegati con i centri di produzione. Alle origini di queste carenze vi era l’incubo del 1799, vale a dire il timore di una nuova rivoluzione. Prigioniero della sua paura, Ferdinando scoraggiò la nascita di una borghesia meridionale, soppresse la libertà di stampa e di opinione, sottopose il Regno a un regime poliziesco e finì per perdere i giovani più intelligenti e ambiziosi. Qualcosa di nuovo, per la verità, fu tentato alla vigilia del 1860, ma era troppo tardi. Il Regno delle Due Sicilie non fu «conquistato»: crollò su se stesso.

Sabato 30 Gennaio 2010

LO STATO E IL VELO INTEGRALE DIVIETO INUTILE E INOPPORTUNO
Sul burqa e affini si sono sentite le cose più strane e disparate. Nelle democrazie europee il fatto di nascondersi sembra contrastare fortemente con l’esigenza di sicurezza e trasparenza. Da noi una legge del ’74 vieta di coprirsi il viso con maschere, caschi, ecc. Le persone devono essere riconoscibili e identificabili dalle forze dell’ordine con il riscontro di un documento con foto. Francamente non capisco di che cosa si parli sui media quando si tira in ballo l’Islam piuttosto che la dignità della donna, la sua umiliazione, la pari dignità con l’uomo ecc. Vogliamo forse stravolgere i nostri principi, le nostre regole e quel minimo di sicurezza per accontentare i capricci di qualcuno? Se i musulmani vogliono venire a lavorare in Italia mi sembra il minimo che si adeguino a noi e non viceversa. Nessuno vieta loro di indossare quello che vogliono: basta che lo facciano a casa loro o nel loro Paese. E —colmo dei colmi —c’è persino qualcuno che si preoccupa che se viene vietato il burqa le donne possano rimanere segregate in casa. Saranno problemi loro non certo nostri! O no? Siamo arrivati al ridicolo.
Roberto Nuara, | roberto_nuara@tin.it

Caro Nuara, Nelle democrazie le leggi che limitano le libere scelte di un individuo dovrebbero essere fatte soltanto quando un problema di sicurezza diventa quantitativamente rilevante. Siamo davvero sicuri che esista, in Francia e in Italia, una questione del velo integrale? In una corrispondenza da Parigi per il Corriere, Massimo Nava scrive che le donne interamente velate sarebbero in Francia 2000. In Italia, sulla base della mia personale esperienza (a Milano non ne ho vista nemmeno una) siamo probabilmente nell’ordine di poche centinaia. È necessario adottare una legge per un fenomeno marginale a cui è possibile fare fronte con le norme sull’ordine pubblico? È meglio vietare il velo integrale o fare un decreto che precisi quali siano le circostanze in cui la polizia può chiedere a una donna di toglierlo per essere identificata? Nella sua lunga lettera, che ho dovuto purtroppo abbreviare, lei sostiene, come altri lettori, che il trattamento riservato agli stranieri in molti Paesi arabo-musulmani è molto più restrittivo. Può darsi. Ma la reciprocità si applica soprattutto nelle questioni commerciali, finanziarie e più generalmente economiche, non in materia di diritti umani. Noi abbiamo i nostri criteri, validi per chiunque metta piede in Italia, e dovremmo andarne fieri. Esiste poi il problema delle ricadute di un eventuale divieto del velo integrale. Avrà l’effetto di rendere le donne musulmane più libere o piuttosto quello d’imprigionarle nelle loro case? Per lei, mi sembra di capire, il quesito è ozioso e irrilevante. Per me, no. Quando adotta una legge, lo Stato deve chiedersi quali possano essere i suoi effetti collaterali. Una studiosa dell’università di Milano, Marilisa D’Amico, ha scritto recentemente che «il velo integrale islamico (...) è indossato dalle donne, non dagli uomini. (...) La preoccupazione, allora, è che esso nasconda una forma di discriminazione delle donne. In ultima analisi, questo è l’aspetto più delicato del divieto, che merita di essere meditato: ovvero che esso si traduca, in concreto, in una forma di emarginazione delle donne islamiche, le quali, se vorranno tener fede alla loro concezione religiosa, saranno costrette ad abbandonare una volta per tutte gli spazi pubblici per essere del tutto relegate nello spazio privato ». Credo che Marilisa D’Amico abbia ragione emi auguro che il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna tenga conto di queste considerazioni.



Venerdi' 15 Gennaio 2010
IL TRIONFO DELL’INGLESE COME CAMBIA L’ITALIANO
Ho letto che la lingua francese è considerata l’erede universale di quella latina e perciò fu parlata, per molti secoli, soprattutto dalle classi colte e aristocratiche europee.
Ma oggi è superata dall’inglese onnipresente contro cui la Francia (dove la colonizzazione culturale anglosassone ha fatto breccia) sta tentando di opporre «resistenza», in quella che sembra essere una battaglia persa. Quanto alla nostra lingua nazionale, stendiamo un velo pietoso: da tempo l’abbiamo affossata, sommergendola di anglicismi usati spesso a sproposito.
Vorrei sapere: a che cosa si deve questa incontrastabile supremazia linguistica dell’inglese?
Michele Micortoia, Foggia,

Caro Micortoia, Mi sembra che la sua lettera sollevi due problemi distinti. Perché l’inglese ha superato il francese nella graduatoria delle lingue veicolari? Perché l’Italia si lascia sommergere da una valanga di anglicismi, non sempre utili o necessari? Alla prima domanda è abbastanza facile rispondere. Le lingue corrono attraverso il mondo grazie all’influenza degli Stati che le parlano. Un popolo conquistatore insegna la propria lingua ai popoli conquistati. Una grande potenza economica impone le proprie regole commerciali, le proprie formule contrattuali, gli strumenti di credito e di risparmio messi a punto nelle sue banche. Una potenza imperiale attira i talenti di tutto il mondo, diventa laboratorio di idee, teorie, scoperte, mode sociali, innovazioni tecnologiche.
E questi laboratori sono a loro volta le fabbriche delle nuove parole necessarie per esprimere i nuovi concetti. Anche noi siamo stati, in alcuni campi, esportatori di parole ed espressioni idiomatiche. Oggi la nostra influenza linguistica sembra essere limitata alla moda, alla gastronomia e alla criminalità: Dolce vita, paparazzo, mafia, camorra, pizza, espresso, cappuccino, tiramisù.
Alla seconda domanda credo di avere già risposto almeno in parte. Anche a me spiace che gli italiani si servano di parole straniere quando la nostra lingua possiede termini perfettamente equivalenti. Mi consolo tuttavia ricordando che esiste nella storia linguistica italiana un periodo molto simile a quello in cui stiamo vivendo.
Nel Settecento, quando la Francia esercitava sull’intera Europa, dall’Atlantico agli Urali, una straordinaria influenza, la nobiltà e i ceti emergenti della società italiana adottarono senza esitare tutte le mode e le tendenze francesi dell’epoca. Nella sua «Storia della lingua italiana » Bruno Migliorini ricorda che i librai avevano nei loro scaffali soltanto libri di autori francesi. Nel suo «Profilo di storia linguistica italiana» Giacomo Devoto parla addirittura di un «nuovo bilinguismo». Vi fu in quegli anni un radicale rinnovamento della nostra lingua con una importazione massiccia di neologismi provenienti dal francese. Ecco alcuni esempi scelti a caso fra quelli indicati da Migliorini: cotoletta, baionetta, mitraglia, picchetto, manovra, scialuppa, cerniera, ghisa, aggiotaggio, conto corrente, dipartimento, marionetta, minuetto, giardinaggio, interessante, intraprendente, manifattura, materia prima, rapporto (nel senso di relazione fra persone), saggio (nel senso di articolo), vignetta e persino la parola con cui da allora ci indirizziamo al nostro genitore: papà. Se lei cancellasse i francesismi dalla lingua italiana faremmo fatica a capirci.
E altrettanto accadrebbe se lei cercasse di eliminare gli anglicismi.


Giovedi' 14 Gennaio 2010
FINE DELL’UNIONE SOVIETICA RESPONSABILITÀ DELL’OCCIDENTE
Gorbaciov, in un’intervista,
ha lamentato il fatto che al G7 di Londra del luglio 1989, sia stato negato all’Unione Sovietica un aiuto che le avrebbe evitato lo sfacelo. E l’atteggiamento del mondo occidentale non fu migliore quando Eltsin, «dopo una notte di bevute», estromise Gorbaciov e smantellò dall’oggi al domani l’Urss.
Sembrerebbe che i governi del mondo occidentale ne fossero contenti e non anticipassero la catastrofe sociale provocata da questa caduta per le popolazioni, le guerre (civili e non) che ne seguirono e la deriva autoritaria della Russia e di altre ex repubbliche. Io, all’epoca, vivevo in Senegal e non seguii a fondo la cosa.
Che ricordi ha di questa indifferenza dell’Occidente?
Roberto Sallier de La Tour, | roberto.sallier@bluewin.ch

Caro Sallier de La Tour, Il G7 di Londra non ebbe
luogo nel 1989, ma nel luglio 1991. Invitato dal premier britannico John Major, Michail Gorbaciov partecipò ad alcuni degli incontri come ospite ed ebbe una lunga conversazione con George Bush sr. Vi fu anche una conferenza stampa congiunta durante la quale Gorbaciov annunciò di avere invitato Bush a visitare Mosca nei giorni seguenti.
Bush, dal canto suo, disse che lo scopo di questi incontri era economico e che gli Stati Uniti, insieme agli altri membri del G7 e alla comunità internazionale, avrebbero lavorato all’integrazione dell’economia sovietica nell’economia mondiale. Disse anche di essere convinto che Gorbaciov fosse deciso a proseguire sulla strada delle riforme economiche, ma si affrettò ad aggiungere che gli Stati Uniti avevano difficoltà di bilancio. Era vero. Il debito pubblico americano era considerevolmente aumentato e Bush, di lì a poco, sarebbe stato costretto ad aumentare le tasse: un provvedimento che gli costò la sconfitta nelle elezioni presidenziali dell’anno seguente.
Il principale motivo dell’ «avarizia» del G7 fu il clima di confusione e incertezza che stava crescendo all’interno dell’Urss. Sapevamo che Gorbaciov era stretto ai fianchi da una corrente conservatrice che gli rimproverava riforme «velleitarie» e un’eccessiva cedevolezza di fronte agli Stati Uniti. Qualche mese prima, nel dicembre 1990, un suo fedele alleato, il ministro degli Esteri Eduard Shevardnadze, si era dimesso di fronte al Congresso denunciando il pericolo di un colpo di Stato. Gorbaciov, intanto, navigava a vista facendo qualche concessione ai conservatori come la rinuncia a un piano, preparato dall’economista Vladimir Shatalin, che avrebbe realizzato il passaggio all’economia di mercato nell’arco di 500 giorni. Ma cominciò a negoziare con nove repubbliche un «patto repubblicano» che avrebbe garantito a ciascuna di esse una maggiore autonomia. Cresceva nel frattempo la figura di Boris Eltsin che qualche mese prima aveva conquistato la presidenza del Soviet Supremo della Repubblica russa. Appena eletto al vertice della maggiore repubblica sovietica, Eltsin ne proclamò la sovranità e dichiarò che le leggi repubblicane avrebbero avuto la preminenza su quelle dell’Unione.
Prima di stanziare somme importanti per le sorti dell’Unione Sovietica, i membri del G7 avevano un comprensibile interesse a sapere da chi e come l’Unione Sovietica sarebbe stata governata nei prossimi anni. L’America non poté e non volle prendere impegni finanziari, ma Bush sr, durante il suo viaggio a Mosca, si fermò a Kiev e dette una mano a Gorbaciov pronunciando un discorso con cui esortò gli ucraini ad abbandonare la loro politica separatista. Parole al vento. Cinque mesi dopo l’Urss cessò di esistere.
Ma la colpa non fu di Eltsin e della vodka. Il tentativo riformatore di Gorbaciov era fallito e il fallimento aveva accelerato l’implosione di un regime da lungo tempo malato.

Mercoledi' 13 Gennaio 2010
Un Alto Adige bilingue l’occasione da cogliere
Molti sud-tirolesi e altrettanti alto-atesini sostengono che la provincia di Bolzano potrebbe essere un ponte e assumere così una posizione diversa, più importante, centrale. Ciò richiede che gli abitanti di quell’area parlino tutte e due le lingue. Il che oggi è praticato da chi è di origine tedesca, come Eva Klotz, ma non dagli immigrati italiani, che non si sono integrati salvo eccezioni - e sono rimasti estranei, forestieri.
Quanto ai nomi, mio genero ritiene che gli originali in lingua tedesca, sono gli unici corrispondenti alla storia e quindi validi. Tanto più che il burocrate italiano ha modificato (falsificato?) soltanto i nomi dei Comuni, mentre le mappe catastali continuano a identificare campi, boschi e monti con i nomi di sempre. Bolzano fu annessa all’Italia come preda di guerra, dopo una vittoria decisa dall’intervento degli Stati Uniti, il cui presidente aveva annunciato come scopo dell’impresa l’autodeterminazione dei popoli. Fu concessa a tutti, ma non ai sudtirolesi. Nel dopoguerra l’Italia riuscì a superare i problemi da essa stessa creati, costituendo un modello esemplare di conciliazione fra diverse etnie. Parafrasando Massimo D’Azeglio, occorrerebbe oggi di «fare i sudtirolesi», cioè indurre gli immigrati italiani a sentire le tradizioni locali come loro, parlando tedesco, militando fra i pompieri volontari e, perché no? fra gli Schützen.
Frank Gebhard Zander, | zander.agricola@tiscali.it

Caro Zander, grazie per la sua lettera, piena di osservazioni interessanti.
Ho dovuto abbreviarla e lo spazio che rimane mi permette di rispondere sommariamente soltanto ad alcuni punti. Ma se lei solleverà gli altri con una nuova lettera, cercherò di continuare la conversazione.
I nomi di un luogo geografico sono legittimati dall’uso, non da un certificato di autenticità storica. Gli alto-atesini di lingua tedesca hanno conquistato il diritto di utilizzare i vecchi nomi della regione, ed è giusto.
Ma non sarebbe giusto che quelli di lingua italiana venissero privati del diritto di usare nomi che sono sulle carte geografiche ormai da novant’anni.
È vero, la provincia di Bolzano sarebbe potuta diventare un’area bilingue e biculturale.
Ciascuno ha le sue responsabilità, e la Svp (Südtiroler Volkspartei) ne ha molte, fra cui, in particolare, quella di essersi opposta alla creazione di una università a Bolzano. Ma gli italiani avrebbero dovuto cogliere l’occasione, chiedere l’istituzione di scuole bilingui, allevare i figli nel rispetto della cultura tedesca e indurli a comprendere che la conoscenza del tedesco li avrebbe resi, contemporaneamente, cittadini italiani e mitteleuropei.
Woodrow Wilson fu il paladino dell’autodeterminazione dei popoli, ma questo non gli impedì di firmare trattati che assegnavano agli Stati nazionali importanti comunità straniere.
La Cecoslovacchia ebbe in dote tre milioni e centomila tedeschi, settecentoquarantamila ungheresi, quattrocentomila ruteni. La Polonia ottenne regioni dove abitavano tre milioni di ebrei, una piccola minoranza tedesca e mezzo milione di lituani. La Romania incorporò due milioni e seicentomila ungheresi e parecchie centinaia di migliaia di sassoni. Non sarebbe giusto imputare esclusivamente all’Italia un problema che fu tipico del periodo fra le due guerre.


Martedi' 12 Gennaio 2010
LA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE E LA DIFFIDENZA DEGLI USA
Può aiutarmi a capire perché gli Stati Uniti d’America non hanno mai voluto ratificare e quindi riconoscere lo Statuto di Roma (1998) che sancì la nascita dell'International criminal Court (il Tribunale penale internazionale)?
Michele Toriaco, Foggia, |

Caro Toriaco, Nel suo ultimo giorno alla Casa Bianca Bill Clinton firmò il Trattato di Roma e lo lasciò sul tavolo del suo successore. Ma si trattò soltanto di un gesto simbolico e provocatorio. Il presidente democratico sapeva che l’establishment militare era contrario, che il Congresso non lo avrebbe ratificato e che George W. Bush avrebbe pubblicamente sconfessato la firma del predecessore. Se avesse davvero sposato la causa della giustizia penale internazionale, Clinton avrebbe firmato il trattato nel 1998 e utilizzato gli ultimi due anni della sua presidenza per organizzare una campagna di informazione e persuasione. Bush, dal canto suo, ha accettato senza esitare le obiezioni dei militari. Da quel momento la Casa Bianca ha spiegato all’opinione pubblica internazionale che gli Stati Uniti hanno grandi responsabilità in tutto il pianeta e che non possono abbandonare i loro soldati al rischio di azioni giudiziarie strumentali, organizzate per screditare l’America e impedirle di garantire la propria sicurezza. Molti neo-conservatori, d’altro canto, furono ancora più espliciti e dissero chiaramente che nel Tribunale penale internazionale vi sono i germi di un governo mondiale: una prospettiva che gli Stati Uniti considerano contraria ai loro interessi e al loro ruolo nel mondo. Beninteso questo non ha impedito alla presidenza Bush di utilizzare la giustizia dell’Aja contro gli avversari, veri o presunti, degli Stati Uniti, come accadde ad esempio nel caso di Slobodan Milosevic. Abbiamo assistito così in molte circostanze al paradosso di una grande potenza che non accetta la giustizia internazionale per se stessa, ma se ne serve per meglio eliminare i propri nemici. Non basta. Per meglio garantirsi contro eventuali sgradite iniziative giudiziarie, gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sui nuovi firmatari del Trattato affinché s’impegnino, con una esplicita riserva, a escludere i cittadini americani dal novero degli imputati possibili. La posizione di Barack Obama, a giudicare da certe dichiarazioni fatte durante la campagna elettorale, sembra essere diversa. La nuova amministrazione non prende impegni e non fa promesse, ma sta esaminando la questione e lascia intendere che il Trattato, un giorno, potrebbe essere firmato con qualche emendamento e inviato al Congresso per la ratifica. Ma si muove con grande prudenza anche perché conosce la posizione dei militari e sa che gli oppositori di Obama non perdono occasione per additarlo al Paese come un presidente troppo tenero con i nemici e troppo conciliante con gli «Stati canaglia». Molto dipenderà in ultima analisi dal modo in cui il Tribunale penale internazionale saprà definire il proprio ruolo e affermare la propria autorità. Il mandato di cattura lanciato contro il presidente sudanese Omar Al Bashir è parso una inutile grida e non ha giovato alla sua immagine.


Lunedi' 11 Gennaio 2010
DUE PRESIDENTI PER L’UE NASCE IL CONSOLATO EUROPEO
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona è stato assegnato al Consiglio europeo un presidente stabile per due anni e mezzo.
Inspiegabilmente, però, è rimasta anche in vigore la precedente carica presidenziale con la rotazione semestrale di tutti i capi di Stato o di governo dei 27 Paesi membri. Perciò le chiedo: non è stato un errore affiancare al presidente stabile quello di turno? Lei non crede che con la compresenza si potrebbero verificare conflitti di vario genere tra le due autorità politico-istituzionali dell’Unione Europea?
Giovanni Frascillo - Reggio Calabria, |

Caro Frascillo, Idue presidenti, Herman van Rompuy e José Maria Zapatero, hanno firmato insieme un articolo apparso nel Corriere del 3 gennaio.
Hanno promesso che lavoreranno alla piena realizzazione del Trattato di Lisbona e che si proporranno alcuni obiettivi specifici. Vogliono sviluppare il coordinamento delle politiche economiche per rinsaldare la ripresa e creare, accanto all’Unione monetaria e al Mercato unico, una unione economica.
Vogliono che la crescita sia sostenibile, fondata sulla competizione, l’istruzione, la formazione, la ricerca, il rispetto dell’ambiente, la coesione sociale.
Si propongono la «revisione dell’agenda di Lisbona», un modo garbato ed eufemistico per riconoscere che il programma del 2000, firmato nella capitale portoghese, si è dimostrato sinora soltanto un lodevole libro dei sogni. Vogliono che l’Europa disponga di un Servizio di azione esterna, vale a dire di ciò che non possono chiamare esplicitamente «diplomazia ». Lanceranno l’iniziativa legislativa europea, vale a dire lo strumento che permetterà ai cittadini dell’Ue di «partecipare al processo legislativo dell’Unione attraverso la Commissione ». Vogliono promuovere l’adozione del programma di Stoccolma, sostenuto dalla presidenza svedese, per uno Spazio europeo di libertà, sicurezza, giustizia. Intendono adoperarsi affinché la gestione dell’immigrazione resti «una priorità strategica dell’Europa». E vogliono infine che l’Europa abbia una maggiore visibilità e parli «con voce più forte e unitaria sulla scena internazionale».
Sono propositi lodevoli, anche se piuttosto generici e conditi con una cospicua dose di retorica. Ma Van Rompuy e Zapatero non ci dicono come intendano distribuirsi i compiti. L’unico passaggio interessante, a questo proposito, è quello in cui Zapatero, come presidente semestrale, si definisce un «facilitatore». Per il resto l’articolo sembra il programma di un doppio consolato, qualcosa di simile a ciò che accade in quelle banche dove i documenti più impegnativi devono portare la firma di due dirigenti.
Ne ho parlato con Riccardo Perissich che ha una lunga esperienza a Bruxelles e ha pubblicato due anni fa un ottimo libro sull’Unione Europea edito da Longanesi.
Mi ha risposto che «i governi volevano dare continuità alla gestione dell’Unione, ma senza abbandonare la prevalente logica intergovernativa. Quindi c’e una guida permanente del Consiglio europeo mentre i Consigli settoriali (finanze, agricoltura, ecc.), con l’eccezione di quello degli affari esteri che è presieduto dal nuovo "ministro degli e s t e r i " signora Ashton, sono ancora sottoposti alla rotazione semestrale.
Si dice che così le opinioni pubbliche possono sentire l’Europa "più vicina".
In realtà si tratta della patetica vanità dei singoli governi che non vogliono rinunciare a far credere ai propri elettori che il Paese è, sia pure sporadicamente, "alla guida dell’Europa"».

Domenica 10 Gennaio 2010
KHOMEINI E CESARE BATTISTI GLI ESULI E CHI LI OSPITA
Che hanno in comune il caso di Cesare Battisti e quello di Ruhollah Khomeini? Tutti e due hanno beneficiato di un'impostazione filosofico-legislativa francese libertaria-comunarda e, più precisamente, di quella che sarebbe diventata la famigerata «dottrina Mitterrand» sui condannati per terrorismo all'estero. Su Battisti non si sa ancora nulla, mentre abbiamo la certezza del disastro socio-culturale combinato dall'integralismo khomeinista in Iran (e fuori). Sappiamo che la tutela di Khomeini aveva anche un significato antiamericano per questioni petrolifere in Persia, ma la mia domanda ha un valore filosofico, più che politico. Mi piacerebbe sapere che cosa pensare di un Mitterrand che si arroga il diritto di attuare propositi utopistici con visione egocentrica e che, come capo di governo, non tiene conto delle conseguenze per la società che dovrebbe tutelare. Chi è privo di una preveggenza dei fatti politici può governare per il bene del popolo o è pericoloso per le conseguenze future?
Roberto Pepe, | robertopepe@tele2.it

Caro Pepe, Lei rimprovera al governo francese di avere ospitato l'Ayatollah Khomeini e di avergli permesso di svolgere dalla periferia di Parigi un'azione di propaganda che contribuì al crollo dello Scià. E lei sostiene che il modo in cui la Francia trattò il caso Khomeini e quello più recente di Cesare Battisti sono indicativi di una stessa cultura politica, utopistica ed egocentrica. Ma in realtà fra i due casi esistono alcune differenze. Khomeini chiese asilo al governo francese nell'ottobre del 1978 quando Saddam Hussein lo costrinse ad abbandonare l'Iraq dove aveva vissuto per alcuni anni. La Francia (il presidente della Repubblica era allora Valéry Giscard d'Estaing) lo accolse soltanto dopo avere consultato lo Scià e averne ottenuto il consenso. Khomeini vi rimase soltanto tre mesi e tornò in patria il 1° febbraio 1979, accolto trionfalmente da una folla che rappresentava tutte le sfaccettature della società iraniana. L'ayatollah fu allora per qualche mese la speranza democratica di un Paese che si era ribellato contro un regime autoritario e poliziesco. Come è giusto che accada in queste circostanze, i governi democratici stettero a guardare in attesa che la situazione si chiarisse. La svolta teocratica dei mesi successivi non era, in quel momento, scontata. Il caso dei terroristi italiani fuggiti in Francia appartiene invece alle tradizioni politiche della cultura europea. Per quanto assurdo possa sembrarci, la Francia li accolse dichiarando di ispirarsi agli stessi principi con cui la Gran Bretagna, nell'Ottocento, aveva accolto, tra gli altri, molti rivoluzionari italiani da Giuseppe Mazzini a Francesco Crispi, e a quelli con cui la Francia stessa aveva aperto le sue porte, fra le due grandi guerre mondiali, agli esuli, russi, tedeschi e italiani. Quando fu evidente che l'Italia aveva reagito alla minaccia terroristica con la legalità democratica e che i fuggiaschi si erano macchiati di sanguinosi delitti, il governo francese avrebbe dovuto estradarli. Ma François Mitterrand fu per molti aspetti un uomo di destra che recitava la parte di un uomo di sinistra. Dopo avere deluso le speranze massimaliste della sinistra, dovette coprirsi le spalle con gesti che dessero soddisfazione alla parte radicale e progressista della sua composita maggioranza. La «dottrina Mitterrand» è per l'appunto uno di questi gesti. Non sappiamo con esattezza quali siano state le parole con cui fu enunciata, ma sembra che il presidente francese pensasse soprattutto a coloro che «non avevano sangue sulle loro mani». Aggiungo che secondo Parigi il governo italiano e in particolare Bettino Craxi non vedevano di malocchio che i terroristi, almeno per il momento, stessero all'estero. Come vede, caro Pepe, i due casi sono alquanto diversi e i problemi sono sempre più complicati di quanto non sembri a un primo sguardo.

Sabato 9 Gennaio 2010
IL TIROCINIO GIORNALISTICO PRIMA DELL’UNITA’ D’ITALIA
Ho letto che prima di diventare l'artefice dell’unità d’Italia, Cavour faceva il giornalista. Vorrei sapere: quale peso ebbe questa attività sulla sua formazione politica?
Michele Toriaco, | micheletoriaco@alice.it

Nella sua biografia, edita da Laterza, Rosario Romeo ricorda una confidenza di Cavour al cugino ginevrino, Auguste De la Rive. Gli disse di provare «una grande difficoltà a redigere le mie idee in maniera da poterle presentare al grande pubblico». Aveva molte intuizioni, soprattutto sui grandi temi della modernizzazione economica e sociale - agricoltura, ferrovie, pauperismo - a cui si dedicò prima di entrare in politica. Ma gli sembrava di non avere un sicuro possesso della «sola macchina che possa metterle in circolazione, la penna». Il problema era anzitutto linguistico. Cavour era cittadino di uno Stato bilingue, francese e italiano, dove il linguaggio quotidiano della capitale non era, tuttavia, né l’uno né l’altro. A corte, nelle caserme, nei circoli e nei salotti, la lingua correntemente parlata era il dialetto piemontese.
Quando doveva scrivere un saggio o un articolo in francese o in italiano, Cavour era quindi nella situazione di chi deve continuamente tradurre le espressioni popolari ma efficaci del dialetto in una lingua colta, e corre così il rischio di produrre periodi contorti e artefatti che non colgono la sostanza del problema e non trasmettono compiutamente i concetti dell’autore. Si mise tenacemente al lavoro ed ebbe un primo successo in francese con un saggio sui rapporti fra agricoltura padana e agricoltura nordica che apparve, fra il 1843 e il 1844, a Ginevra e Parigi; e dimostrò di avere finalmente «la penna» con un saggio sul problema irlandese che apparve nella Bibliothèque Universelle di Ginevra nel gennaio- febbraio 1844.
Per affrontare temi politici, tuttavia, occorreva padroneggiare l’altra lingua del Regno.
L’apprendistato giornalistico di Cavour in italiano cominciò alla fine del 1847 quando l’elezione di un Papa apparentemente liberale, Pio IX, creò attese e speranze che sarebbero esplose nella primavera dell’anno seguente. I liberali moderati scesero in campo non appena Carlo Alberto, nell’ottobre del 1847, si risolse a permettere la pubblicazione di giornali politici. Nacque così, per una iniziativa di Cesare Balbo, Il Risorgimento, e Cavour ne fu sin dall’inizio, oltre che vicedirettore (e più tardi direttore), il suo principale editorialista. Un altro biografo, Denis Mack Smith, pensa che questa esperienza sia stata «inestimabile». Cavour doveva ricorrere spesso al vocabolario ed era aiutato da collaboratori che correggevano i suoi testi. Ma aveva una grande familiarità con la pubblicistica francese, nella quale i temi politici erano dibattuti con efficacia, e riuscì così a creare «uno stile chiaro e conciso, che evitava le astrattezze e le circonlocuzioni». Più tardi riconobbe che «scrivere per un giornale era stato un eccellente tirocinio politico».
Non credo quindi che Cavour possa definirsi «giornalista » nel senso proprio della parola.
Fu un uomo politico che seppe servirsi dei giornali per fare circolare le proprie idee e meglio promuovere le proprie battaglie. Fu giornalista, in altre parole, nel senso in cui lo furono molti altri protagonisti della politica italiana, da Mussolini a Nenni, da Gramsci a Togliatti, da Guglielmo Giannini a Spadolini, da Veltroni a D’Alema.


Giovedi' 10 Dicembre 2009
GLI INGLESI E IL RISORGIMENTO PERCHÉ AIUTARONO I SAVOIA
Da un libro di Arrigo Petacco sull’Unità d’Italia si evince come l’Inghilterra sia stata un’alleata davvero preziosa per il nascente Stato italiano.
A cominciare dal duro giudizio che questa esprimeva nei confronti del governo austriaco nel Lombardo-Veneto per arrivare alla nota diramata contro un possibile intervento militare delle potenze europee contro il movimento unitario italiano (che si era trovato unito pure nelle sue molteplici espressioni). Qual è il suo giudizio in merito? Si può dire che l'Inghilterra sia stata un’alleata tanto preziosa quasi quanto la Francia di Napoleone III?
Massimo Bassetti , adrepans@libero.it

Caro Bassetti,
La risposta alla sua do­manda è certamente sì. L’aiuto militare francese fu decisivo nel 1859, ma la Francia desiderava tutt’al più uno Stato dell’Italia settentrio­nale, sottratto all’Austria e lega­to per quanto possibile ai pro­pri interessi. Napoleone III era sensibile al sentimento nazio­nale degli italiani e non aveva dimenticato gli anni in cui, gio­vane carbonaro, aveva parteci­pato alle insurrezioni romagno­le. Ma le ambizioni italiane su­scitarono in buona parte della società francese una certa diffi­denza e persino un socialista, Pierre-Joseph Proudhon, espresse su Garibaldi un giudi­zio severo. La Gran Bretagna, invece, assecondò il processo dell’unificazione e non esitò a sostenerlo con segni e messag­gi non soltanto verbali e simbo­lici. La presenza di due navi in­glesi nel porto di Marsala du­rante lo sbarco dei Mille disse chiaramente al Regno borboni­co che l’operazione di Garibal­di godeva delle sue simpatie e della sua protezione.
Le ragioni dell’atteggiamen­to britannico furono in parte culturali, in parte strettamente politiche. I liberali inglesi era­no favorevoli ai moti nazionali europei. Il loro leader, William Gladstone, scrisse un feroce pamphlet contro il Regno delle due Sicilie. Londra accolse ge­nerosamente Mazzini e contri­buì a fare di lui un grande per­sonaggio europeo. Il viaggio di Garibaldi a Londra fu un suc­cesso e suggerì alle aziende di ceramica dello Staffordshire la costruzione di statuette vario­pinte del generale che hanno decorato da allora i caminetti delle case del Regno Unito.
Le ragioni politiche furono altrettanto importanti. Se la Francia desiderava togliere al­l’Austria il controllo dell’Italia settentrionale, la Gran Breta­gna voleva avere nel Mediterra­neo uno Stato amico che avreb­be ridotto l’influenza francese nella regione. La nuova Italia, dal canto suo, vide nella politi­ca inglese una garanzia per la propria sicurezza. La flotta bri­tannica avrebbe assicurato gli equilibri mediterranei, difeso le coste della penisola contro i suoi possibili nemici, facilitato la politica coloniale italiana nel Corno d’Africa. Per molti anni Gran Bretagna e Italia furono le­gate da un tacito patto d’amici­zia che fu più saldo di un vero e proprio trattato e che la Gran­de guerra contribuì a consolida­re. L’avvento di Mussolini non cambiò la situazione. Quando si lanciò nell’avventurosa ope­razione di Corfù contro la Gre­cia nel 1923 e la Gran Bretagna lo richiamò all’ordine, il nuovo presidente del Consiglio fece un passo indietro. La rottura co­minciò nel 1935 quando la poli­tica mediterranea e coloniale di Mussolini si scontrò con gli interessi e gli obiettivi della po­litica britannica. Ma questa è un’altra storia.


Mercoledi' 9 Dicembre 2009
FINANZIAMENTI DEI PARTITI UTILI PURCHÉ TRASPARENTI
Ho sempre trovato opinabile la teoria del «conflitto d’interessi» che è al centro del dibattito politico italiano in quanto, a parte il sindaco Bloomberg, non mi risulta che alcun altro uomo politico abbia sostenuto la propria campagna elettorale esclusivamente a sue spese.
Ciò, a mio parere, vuol dire che il candidato eletto dovrà in qualche modo ricambiare il sostegno finanziario ricevuto (senza citare l’esempio di Bush figlio, lei sa meglio di me come vengono assegnati molti posti di ambasciatore o di ruolo chiave nell’amministrazione statale degli Usa) e tale «cortesia» non sarà sicuramente a esclusivo vantaggio degli elettori. Poiché non è pensabile che nella società moderna ci siano casi in cui ciò non avvenga, si pone il problema di quale dei due sia il male minore: quello del ricco che bada anche ai propri interessi o quello del meno ricco che deve anche sdebitarsi con coloro che hanno sovvenzionato la sua campagna elettorale?
Franco Barbalonga, Roma , |

Caro Barbalonga,
Qualche anno fa un intelli­gente commentatore po­litico americano, Wil­liam Pfaff, cominciò a solleva­re il problema dei costi delle campagne elettorali, con parti­colare riferimento a quella per la Casa Bianca, e sostenne che la crescente quantità di dena­ro impiegata per conquistare una carica politica avrebbe avuto effetti devastanti sul si­stema democratico degli Stati Uniti. Il tema non è nuovo e ri­torna regolarmente nei mezzi d’informazione americani, ma senza grandi risultati. Esisto­no già da tempo norme che cercano di prevenire o conte­nere gli effetti negativi di que­ste pratiche (la pubblicità dei finanziamenti, il registro delle lobby), ma ha finito per preva­lere la rassegnata convinzione che finanziamenti e lobby sia­no in ultima analisi una com­ponente ineliminabile della de­mocrazia e che il solo rimedio, benché imperfetto, sia la mas­sima trasparenza possibile. Il ragionamento, in altre parole, è questo: se non possiamo eli­minare i finanziamenti cer­chiamo almeno di sapere da chi provengano e a quanto am­montino.
Alcuni Paesi hanno cercato di sciogliere il nodo garanten­do ai partiti un finanziamento pubblico. Ma hanno dovuto constatare che questo sistema presenta almeno due inconve­nienti. In primo luogo distribu­isce il denaro sulla base dei ri­sultati delle elezioni preceden­ti e favorisce in tal modo gli «abbienti» a scapito dei «non abbienti». In secondo luogo non impedisce ai partiti d’inte­grare i finanziamenti pubblici con finanziamenti privati. Il ca­so più clamoroso, naturalmen­te, è quello italiano, esploso al­l’inizio degli anni Novanta con le indagini della Procura di Mi­lano. Ma la vicenda di Helmut Kohl in Germania, quella di Jacques Chirac e delle navi da guerra per Taiwan in Francia e i sospetti in Gran Bretagna su certi finanziamenti del partito laburista dimostrano che il vi­rus circola con il sangue anche nel corpo delle più vecchie de­mocrazie.
Nelle ultime presidenziali americane, tuttavia, vi è stata una interessante novità. Nei mesi decisivi della campagna, quando occorreva raddoppia­re gli sforzi, i «galoppini» di Obama hanno lanciato sulla re­te una richiesta di fondi anche molto modesti che ha permes­so di raccogliere in breve tem­po circa mezzo miliardo di dol­lari. Anche in questo caso il candidato contrae un debito, ma con un gran numero di cre­ditori che si serviranno dei sondaggi e poi del voto per far­gli conoscere la loro insoddi­sfazione.

Martedi' 8 Dicembre 2009
LOTTA CONTRO LE DITTATURE ALL’EPOCA DEL MURO E OGGI
Le democrazie dell’Europa occidentale hanno trascorso gran parte del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale opponendosi con forza alle dittature.
Ricordo ancora gli articoli che Vittorio Strada inviava dall’Unione Sovietica, erano bellissimi e raggelanti. Ora mi chiedo perché l’Europa, oggi, si dimostri così accondiscendente nei confronti di regimi autoritari che non riconoscono neppure la parità fra uomo e donna, facendo prevalere l’esigenza del rispetto delle tradizioni culturali.
Francesca Battisti , | francescabattisti@yahoo.it

Cara Signora,
Fra il periodo ricordato nella sua lettera e i no­stri giorni corre una grande differenza. Denuncia­vamo i regimi comunisti, ne­gli anni della Guerra fredda, perché eravamo doppiamen­te preoccupati dalla politica dell’Unione Sovietica. Sospet­tavamo, a torto o a ragione, che avesse intenzioni aggres­sive e sapevamo che dispone­va nelle nostre società di quinte colonne comuniste o filocomuniste su cui avrebbe potuto fare affidamento nel­l’eventualità di un conflitto. Di fronte a questo pericolo re­agimmo dapprima cercando di escludere i comunisti dalle istituzioni in cui avrebbero potuto nuocere alla sicurezza nazionale (una pratica che di­venne negli Stati Uniti, per al­cuni anni, una «caccia alle streghe») e poi sferrando con­tro l’Urss e i suoi satelliti una controffensiva propagandisti­ca democratica e liberale. Non criticavamo l’Unione So­vietica, in altre parole, perché ritenessimo impossibile, in li­nea di principio, collaborare con un sistema totalitario. La criticavamo perché la bandie­ra della libertà era, per la no­stra lotta contro la minaccia sovietica, il più efficace degli argomenti.
Oggi la situazione è alquan­to cambiata. La Cina non ha alcuna intenzione di esporta­re il suo sistema politico e non sta finanziando, per quanto ci risulti, i gruppusco­li filocinesi che si erano costi­tuiti in Europa occidentale al­l’epoca della rivoluzione cul­turale. Gli standard democra­tici della Russia non sono i nostri, ma non credo che Mo­sca, a parte qualche operazio­ne di spionaggio economico, rappresenti una minaccia per la nostra sicurezza. L’islami­smo radicale persegue una politica aggressiva e minac­ciosa, ma i suoi fini non sono quelli dei maggiori Stati isla­mici, dall’Indonesia all’Egit­to, dall’Iran al Pakistan, dal­l’Arabia Saudita alla Siria. Al­cuni di questi Paesi lavorano per obiettivi che non rispon­dono ai nostri interessi e trat­tano i loro cittadini in modi che sono per noi deplorevoli. Ma la comunità internaziona­le non è un club in cui i soci vengono scelti sulla base del­la loro affinità con le idee e i costumi della maggioranza dei membri. E non è un tribu­nale della pubblica moralità a cui tocchi decidere se uno Sta­to debba essere promosso o bocciato. Quando deplorano la violazione dei diritti umani in un Paese o nell’altro, le de­mocrazie obbediscono ai desi­deri dei loro cittadini. Ma deb­bono graduare le loro prote­ste in funzione dell’interesse nazionale e pesare le possibili conseguenze di una rottura con lo Stato «cattivo». Nel corso di un incontro per la presentazione del libro di Fa­brizio Dragosei sulla Russia («Le stelle del Cremlino», ed. Bompiani), l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaro­ni, ha ricordato che chi ha bi­sogno di petrolio non può comprarlo in Svizzera, un Pae­se privo di giacimenti. Deve andare a comprarlo nei Paesi dove esiste e dove i regimi po­litici sono talora molto diver­si dal nostro.


Lunedi' 7 Dicembre 2009
REFERENDUM: SVIZZERI E NOI QUANDO I POPOLI SBAGLIANO
Le scrivo a proposito del referendum svizzero. A prescindere dall'esito del voto, credo che il referendum in questione sia una lezione di democrazia per noi italiani: il giorno dopo la votazione, la volontà espressa dal popolo diventa subito legge esecutiva. Da noi, i referendum vengono fatti in modo che chi vota per dire sì deve votare no, e chi vuol dire no deve votare sì, dopodiché il Parlamento legifera come vuole: vedasi certi referendum come sul finanziamento ai partiti, sulla privatizzazione della Rai e altri. Come mai? Se è la Costituzione che ci impone certe cose la si potrebbe anche modificare.
Mario Calzolari, Perugia

Quella che è stata accolta è una iniziativa costituzionale e non, come viene ripetuto in Italia, un referendum. La differenza è sostanziale: il referendum, nella nostra democrazia, viene promosso contro una proposta di legge, mentre l'iniziativa serve a introdurre nella Costituzione una modifica. Da noi, infatti, la Costituzione può essere modificata quando la maggioranza del popolo e dei cantoni lo vuole. Quanto al merito, il popolo non ha in alcun modo limitato la libertà di professare il credo da parte dei musulmani, bensì ha unicamente voluto proibire l'edificazione di strutture che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione e cultura. Fa poi sorridere l'accusa che il nostro sarebbe un popolo razzista: non si deve infatti sottacere che da noi la popolazione straniera supera il 22%, e convive pacificamente, contro una media europea del 4,5%.
Igor Bernasconi
legale@ticino.com
Mario Calzolari e Igor Bernasconi, |

Cari lettori, Calzolari ha ragione. I referendum svizzeri (o iniziative costituzionali, come quello sui minareti) sono molto più chiari ed efficaci dei referendum italiani, spesso complicati dalla opacità dei quesiti e aggirati dalla scaltrezza della classe politica. Ma l'iniziativa svizzera sui minareti, paradossalmente, è fin troppo chiara ed efficace. Introduce nella Costituzione un divieto che potrebbe essere in stridente contrasto con le norme internazionali sottoscritte dalla Confederazione e procurarle parecchi grattacapi. In una intervista al Corriere del Ticino del 30 novembre, EvelineWidmer-Schlumpf, guardasigilli eministro degli Interni, ha detto che il divieto di edificazione potrebbe essere considerato "violazione della libertà di religione e del divieto di discriminazione garantiti dalla Convenzione europea per i diritti dell'uomo e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni unite". E quando l'intervistato ha chiesto se la Svizzera non corra il rischio di essere condannata dalla Corte dei diritti dell'uomo,la signora Wid-mer-Schlumpf ha ricordato che un eventuale processo richiederebbe probabilmente alcuni anni, ma ha aggiunto che nell'ipotesi di una condanna il Paese potrebbe avere soltanto due scelte: tornare alle urne per un nuovo voto o uscire dal Consiglio d'Europa. Anche Igor Bernasconi ha ragione: il voto non compromette la libertà di culto dei musulmani in Svizzera. Ma discrimina tra svizzeri cristiani e svizzeri musulmani costringendo i secondi a praticare la loro fede con prudenza, con discrezione e con la minore visibilità possibile. Con tutte le differenze del caso, così accadde nei Paesi protestanti dopo la Riforma, quando il culto cattolico era confinato negli appartamenti privati o nelle cappelle di alcune rappresentanze diplomatiche. E così accadde nella Roma papale dove i protestanti non potevano essere sepolti in terra benedetta e soltanto nel 1817 ebbero il diritto di creare un cimitero "acattolico" accanto alla piramide Cestia. La Svizzera è certamente una democrazia e il suo governo ha il dovere di rispettare la volontà del popolo. Ma anche i popoli possono sbagliare.

Domenica 6 Dicembre 2009
UNA VISITA A EZRA POUND IN MANICOMIO A WASHINGTON
Ho sentito parlare della vicenda di Ezra Pound, il poeta americano che, per aver appoggiato la Repubblica di Salò, venne accusato di alto tradimento dal suo Paese e rinchiuso in manicomio per 12 anni prima di poter ritornare a Venezia, dove morì. Può chiarirmi come andarono le cose e come fu che, un personaggio di tale valore letterario, dovette subire una pena simile?
Silvia Sperelli, |

Cara Signora, La sua lettera mi ha ri­cordato una conversa­zione con Roberto Vi­varelli, storico dell’Italia libe­rale e del fascismo, professo­re per molti anni nella Scuo­la Normale Superiore di Pi­sa. Vivarelli mi raccontò di avere incontrato Ezra Pound nell’inverno 1954-1955 quando era, per i suoi studi, a Philadelphia. Lesse Pound, volle fare la sua conoscenza e gli fece visita nel Saint Eli­zabeth Hospital di Washin­gton. Lo trovò in una came­ra che aveva sbarre alla fine­stre (il Saint Elizabeth era un manicomio) ma era suffi­cientemente spaziosa e con­fortevole. Il «matto» aveva il diritto di ricevere visite, pur­ché concordate, ed era quoti­dianamente assistito dalla moglie. Vivarelli pensa che le autorità americane abbia­no dovuto sciogliere, dopo il suo arresto, un nodo assai imbrogliato. Avrebbero po­tuto imputargli le sue predi­che anti-americane, pronun­ciate durante il conflitto dal­la radio di un Paese nemico, ma il capo d’accusa, in tal ca­so, sarebbe stato «tradimen­to » e la sentenza, probabil­mente, la morte. Pound, d’al­tro canto, aveva gia subito una brutale detenzione a Pi­sa e aveva, quando fu cattu­rato, 60 anni. Per salvarlo dalla morte decisero di pro­clamarlo insano di mente e lo installarono in un ospeda­le dove ricevette persino un premio letterario della Bi­blioteca del Congresso asse­gnato da una giuria di cui fa­cevano parte T.S. Eliot e W.H. Auden.

Quando tornò in patria, Vi­varelli apprese che un giova­ne editore, Vanni Scheiwil­­ler, aveva lanciato una cam­pagna per la liberazione di Pound e stava raccogliendo firme tra personalità della cultura italiana. Aggiunse la sua firma, collaborò alla campagna e fu lieto di ap­prendere, nel 1957, che una analoga iniziativa di alcuni intellettuali americani aveva raggiunto il risultato deside­rato.
Al racconto di Vivarelli, ca­ra Signora, aggiungo che la soluzione escogitata dalle au­torità americane può sembra­re simile a quella adottata dal sistema sovietico quan­do voleva sbarazzarsi di un dissidente. Ma con una im­portante differenza. Il «mat­to » sovietico veniva trattato come tale e imbottito di me­dicine che avevano l’effetto di renderlo effettivamente fuori di mente. Nella lunga «degenza» di Washington, invece, Pound poté scrivere i «Canti pisani», una delle più importanti opere letterarie del Ventesimo secolo.



Sabato 5 Dicembre 2009
DRAGHI E IL MEZZOGIORNO SOLO IL SUD PUÒ SALVARE IL SUD
Secondo il Governatore di Bankitalia Mario Draghi, il peso della criminalità organizzata grava sull’economia del Sud e di fatto rallenta il processo di sviluppo e di cambiamento necessario per uscire dalla crisi nel nostro Paese. Siccome condivido il parere di Draghi, non crede sia così inutile che il governo continui a sostenere, con l’invio di milioni di euro, le regioni del Sud, almeno finché la più grande industria italiana chiamata «mafia» non sarà fallita? Altrimenti ogni aiuto continuerà a essere inutile e ingiustificato.
Rimo Dal Toso, Padova, |

Caro Dal Toso, Quello della criminalità organizzata non è il solo punto sollevato da Mario Draghi nell’intervento con cui ha aperto il convegno sul Mezzogiorno che si è tenuto negli scorsi giorni a Palazzo Koch. Il Governatore ha ricordato anzitutto alcuni dati fondamentali.
Il divario tra il Pil (prodotto interno lordo) del Sud e del Centronord è rimasto invariato per trent’anni. Il Sud è abitato da un terzo degli italiani, ma produce un quarto del Pil ed è «il territorio arretrato più esteso e popoloso dell’area dell’euro». Il tasso di attività nel mercato del lavoro «resta tra i più bassi d’Europa, soprattutto per i giovani e le donne»; e «un quinto del lavoro è ancora irregolare». Le differenze nella qualità dei servizi essenziali fra Sud e Centronord sono «allarmanti (...) nell’istruzione, nella giustizia civile, nella sanità, negli asili, nell’assistenza sociale, nel trasporto locale, nella gestione dei rifiuti, nella distribuzione idrica»; e nel caso della sanità, in particolare, «il divario deriva chiaramente dalla minore efficienza del servizio reso, non da una carenza di spesa».
Draghi non crede che il miglioramento della situazione dipenda dalle politiche regionali.
Nulla, a suo avviso, può sostituire il buon funzionamento delle istituzioni ordinarie.
In altre parole, se ho ben capito il suo pensiero, non ha molto senso dare più denaro al Mezzogiorno se non si fanno fruttare «le risorse che ci sono già, che i bilanci pubblici trasferiscono dalle aree più ricche». Occorre, ribadisce il Governatore, «migliorare la qualità dei servizi forniti da ciascuna scuola, da ciascun ospedale e tribunale, da ciascun ente amministrativo o di produzione di servizi di trasporto o di gestione dei rifiuti ». I margini per un utilizzo più efficiente delle risorse pubbliche esistono: «La spesa pubblica pro capite per farmaci è per esempio in questa area largamente maggiore che al Centronord».
Dalla relazione di Draghi emerge con chiarezza che la crisi del Sud è molto più politica e morale di quanto non sia economica e finanziaria. Tra i fattori elencati dal Governatore vi sono «la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori, il debole spirito di cooperazione ». Non credo che il resto dell’Italia possa far mancare al Sud le risorse che vengono messe oggi a sua disposizione.
E credo che lo Stato centrale abbia il diritto di pretendere dai propri dipendenti al Sud almeno gli stessi livelli di qualità (non sempre alti) che essi forniscono al Nord. Ma credo che il problema sia in ultima analisi meridionale e che soltanto gli abitanti del Mezzogiorno possano risolverlo.

Venerdi' 4 Dicembre 2009
«TRADIMENTO» DELL’8 SETTEMBRE DUE DIVERSI PUNTI DI VISTA
Mi rammarico che anche lei avvalori la tesi del «tradimento» dell’Italia nei confronti dell’alleato tedesco.
In un libro ormai introvabile («Il tradimento tedesco») Erich Kuby ha ampiamente dimostrato la fallacia di tale tesi, la quale non fa che corroborare la vulgata degli italiani imbelli e traditori. Mi permetto di ricordarle che la Romania, non appena fu invasa dall’Armata rossa, non si limitò ad arrendersi ma dichiarò immediatamente guerra alla Germania; altrettanto fece la Bulgaria e ancor peggio fece la Finlandia: chiese e ottenne rinforzi tedeschi per respingere l’ultimo attacco sovietico promettendo solennemente all’alleato di combattere fino alla fine; dopodiché, fermati i russi, concluse una pace separata ed espulse con la forza le truppe tedesche. In realtà il re e Badoglio avrebbero dovuto fare altrettanto: le truppe italiane, per quanto fiaccate, se avessero ricevuto ordini precisi sarebbero probabilmente state in grado, appoggiando gli Alleati, di impedire l’occupazione nazista e la successiva guerra civile. Se tradimento vi fu, fu quello consumato dal governo e dai Savoia nei confronti del popolo italiano e della Nazione.
Antonio Torcoli , | antoniotorcoli@yahoo.fr

Caro Torcoli,
L’8 settembre può essere giudicato in modo di­verso a seconda dei punti di vista e dei criteri di va­lutazione. Sul piano politico non è possibile ignorare che l’Italia aveva un evidente inte­resse a separare le proprie re­sponsabilità, per quanto possi­bile, da quelle della Germania. Nell’agosto del 1943, quando gli emissari di Badoglio comincia­rono a negoziare con gli Alleati la firma di un armistizio, la guer­ra, per le potenze dell’Asse, era già perduta; e il caparbio accani­mento di Hitler non avrebbe avuto altro effetto fuor che quel­lo di rendere ancora più duro il trattamento che gli Alleati avrebbero riservato agli sconfit­ti. Erich Kuby fu un brillante giornalista tedesco, non uno storico. Ma le sue tesi sono con­divise dalla migliore storiogra­fia tedesca degli ultimi decenni. Sono numerosi ormai gli storici che comprendono la necessità politica della decisione italiana. Non si può condannare il nazi­smo e la sua insensata strategia, senza provare comprensione per coloro che cercarono, sia pu­re tardivamente, di stracciare il patto sottoscritto da Mussolini. Ma accanto a questi giudizi ne esistono altri di cui sarebbe sbagliato non tenere conto. Pen­si ai militari della Wehrmacht, improvvisamente abbandonati e potenzialmente minacciati da uomini che erano stati sino a quel momento i loro principali alleati. Pensi a un ufficiale tede­sco in Jugoslavia che deve bat­tersi contro i partigiani e ap­prende improvvisamente che gli italiani, con cui aveva opera­to sino a quel momento più o meno cordialmente, hanno cambiato campo. E non dimen­tichi i diplomatici a cui il mini­stro degli Esteri del governo Ba­doglio, Raffaele Guariglia, ri­peté, sino alla vigilia dell’8 set­tembre, che l’Italia avrebbe con­tinuato a combattere a fianco della Germania. È davvero sor­prendente che si sentissero «traditi»? Sono pronto a essere, sul piano politico, l’avvocato di­fensore del mio Paese. Ma com­metterei un errore se non mi rendessi conto dei sentimenti di ostilità che l’armistizio pro­vocò nell’uomo qualunque del­la Germania, al fronte e in pa­tria. Non capirei ad esempio le ragioni per cui l’Italia appare an­cora a molti europei poco affi­dabile.



Giovedi' 22 Ottobre 2009
OBAMA FRA GUERRE E SANITÀ LE OPINIONI DEGLI EUROPEI
Quando alla presidenza c’era Bush, in Europa e negli Usa si manifestava contro la guerra in Iraq. Adesso che c’è Obama, non manifesta più nessuno anche se la guerra in Iraq e Afghanistan si è addirittura incattivita.
Evidentemente per i manifestanti il problema non era la guerra, ma Bush.
Analogamente, la stampa, in Europa e negli Usa, fa un tifo sfrenato per Obama dipingendo come cattivone ogni suo avversario. Alle riforme del socialista Obama si opporrebbero ferocemente gli interessi precostituiti, mentre, si sa, Barak Obama e i democratici sono disinteressati benefattori dell’umanità, e le vecchiette che manifestano contro una riforma sanitaria che le vuole far fuori senza tanti complimenti, hanno «scatenato una campagna che rasenta il terrore», tipo permettersi di parlare ai «town hall meetings» senza farsi intimorire dai facinorosi che vogliono sopprimere ogni dibattito.
Non è giornalismo unilaterale e disinformativo?
Grazia Mangano , Inveritate@yahoo.com

Cara Signora,
Nelle manifestazioni contro la politica di Bush vi erano certa­mente i sentimenti anti-ame­ricani di una parte minorita­ria ma consistente dell’opi­nione pubblica europea. E gli stessi avversari degli Stati Uniti non mancherebbero di scendere in piazza se la politi­ca di Obama desse occasione a qualche protesta. Ma tra Bu­sh e Obama esiste pur sem­pre una obiettiva differenza. Il primo ha fatto guerre prive di qualsiasi ragionevole moti­vazione (l’Iraq) o frettolose e mal condotte come quella contro l’Afghanistan dei tale­bani. Obama ha dato la sensa­zione di comprendere che le due operazioni avevano con­tribuito a peggiorare l’imma­gine degli Stati Uniti nella re­gione e a renderla ancora più instabile.
Non so se la strategia del nuovo presidente per uscire dai due Paesi sia realistica e temo che la vicenda afghana, in particolare, potrebbe con­cludersi con un finale simile a quello del Vietnam durante la presidenza Nixon. Ma l’America non può abbando­nare i due Paesi a se stessi dal­l’oggi al domani. Se lo facesse la credibilità della sua politi­ca internazionale ne sarebbe fortemente intaccata: una pro­spettiva che nessuna persona ragionevole, anche se critica della politica americana del­l’ultimo decennio, può desi­derare. Per il momento, quin­di, i governi europei possono soltanto, nei limiti del possi­bile, darle una mano.
La questione della politica sanitaria richiede qualche chiarimento per i lettori italia­ni. I «town hall meetings» a cui lei fa riferimento sono le assemblee riunite nei munici­pi americani dove folle di cit­tadini, preoccupati da certi aspetti della riforma proposta da Obama, hanno preso a par­tito i congressmen riformato­ri con una asprezza che è sta­ta definita «incivility». Que­ste assemblee sono caratteri­stiche di quella «grassroot de­mocracy » (noi diremmo de­mocrazia di base) che suscitò l’ammirazione di Tocqueville durante il suo viaggio in Ame­rica. Ma le confesso che molti in Europa faticano a credere che la riforma possa avere gli effetti perversi temuti da una parte della pubblica opinione. A noi sembra sorprendente piuttosto il fatto che l’Ameri­ca spenda per la sanità il 15% del suo Pil (prodotto interno lordo), vale a dire molto più di quanto non spendano gli europei, e non riesca a copri­re le esigenze di circa il 18 per cento della popolazione ame­ricana (grosso modo 50 milio­ni). Comprendiamo l’ostilità delle compagnie d’assicura­zione e delle industrie farma­ceutiche, ma è più difficile comprendere le «vecchiette», oggi protette da un program­ma sanitario federale («Medi­care ») che assiste gli anziani al di sopra dei 65 anni. Può darsi che «Medicare», nell’am­bito di un programma nazio­nale, subisca qualche taglio. Ma di lì a pensare che il gover­no le lasci morire (come dico­no certi oppositori della rifor­ma) ce ne corre.


Mercoledi' 21 Ottobre 2009
L’ORA DI RELIGIONE A SCUOLA E L’INSEGNAMENTO DELL’ISLAM
In questi giorni sta suscitando molte reazioni e critiche la proposta del viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso di inserire un’«ora di Islam» nelle nostre scuole per evitare la ghettizzazione dei giovani musulmani in Italia. Non sarebbe meglio proporre «l’ora delle religioni» a seconda della cultura degli alunni presenti nella classe?
In fondo se Dio è uno e tante le sue interpretazioni terrene, tanto varrebbe che fossero non dico insegnate ma spiegate tutte le varie religioni che lo rappresentano. Spiegando, appunto, anche il perché di esse e dei loro riti, il più delle volte condizionati dagli stessi luoghi di insediamento dei popoli.

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So che la comunità islamica è la più consistente in Italia dopo quella cattolica, ma il suo trattamento privilegiato non sarebbe ingiusto nei confronti delle altre comunità religiose? Non si potrebbe semplicemente abolire l'ora di religione nelle scuole pubbliche e sostituirla con quella di educazione civica invece che aggiungere quella di Islam e poi, di conseguenza, di buddhismo, di luteranesimo, di ortodossia?
Mario Taliani - Valerio Larcher , | mtali@tin.it

Cari lettori,
Se le scuole italiane fosse­ro, come le scuole france­si, prive di simboli reli­giosi, e se l’ora di religione non facesse parte dell’orario scolastico, sarebbe facile ri­spondere alle comunità mu­sulmane che l’istruzione con­fessionale non rientra fra gli obblighi dello Stato e che ogni gruppo deve provvedere a se stesso. Ma l’Italia è un Pa­ese concordatario dove la Chiesa cattolica ha chiesto e ottenuto l’insegnamento del­la propria fede nelle aule sco­lastiche della Repubblica. Fin­ché il cattolicesimo era la reli­gione di quasi tutta la popola­zione della penisola, il privile­gio riservato alla Chiesa era, anche se sgradito ai laici, tolle­rabile. Può essere tollerato là dove esistono scuole in cui il numero dei ragazzi musulma­ni rappresenta spesso un quinto della classe?
Il problema non è soltanto italiano e si presenta, anche se in forme diverse, in altri Pa­esi. In un blog dedicato alla Germania leggo che un tribu­nale amministrativo di Berli­no ha dato ragione a un sedi­cenne musulmano che aveva chiesto di pregare a scuola, ri­spettando così il precetto co­ranico delle cinque preghiere quotidiane. Aggiungo che in tutte le questioni sociali l’aspetto quantitativo (vale a dire, in questo caso, il nume­ro degli allievi) è determinan­te. Non risulta, almeno per il momento, che ortodossi, bud­dhisti e induisti presentino lo stesso problema.
Anche a me, infine, piace­rebbe che l’ora di religione ve­nisse dedicata all’insegnamen­to della storia delle religioni. Ma la Chiesa cattolica repli­cherebbe che un tale insegna­mento colloca inevitabilmen­te tutte le religioni sullo stes­so piano ed è quindi, per usa­re una espressione di Benedet­to XVI, «relativismo». Quindi delle due l’una: o si cancella l’ora di religione o la si per­mette anche ai musulmani.


Martedi' 20 Ottobre 2009
FASCISTA DELL’ULTIMA ORA CARLO SCORZA E IL 25 LUGLIO
Che fine ha fatto Carlo Scorza, ultimo segretario del Partito nazionale fascista, dopo il 25 luglio 1943?
Luca Meconi , | lucameconi@yahoo.it

Caro Meconi,
Forse occorrerà anzitutto spiegare che cosa Scor­za abbia fatto fino al giorno in cui il Gran Consiglio del fascismo approvò una mo­zione che toglieva a Mussoli­ni, di fatto, i suoi poteri civili e militari.
Quando divenne segretario del Pnf, nell’aprile del 1943, Scorza aveva 46 anni e, alle spalle, una lunga carriera nel­l’apparato fascista, fatta di alti e di bassi. Molti ebbero la sen­sazione che la scelta di Musso­lini fosse caduta su un frusto arnese della vecchia guardia, ma Scorza prese il suo incari­co sul serio e dette prova di un insospettato dinamismo. Nei suoi lunghi discorsi alle assemblee dei quadri, denun­ciò il grigiore della burocrazia fascista, le baronie clientelari all’interno del partito, la corru­zione dilagante ai vertici del si­stema politico. Disse addirittu­ra, durante un incontro, che occorreva abolire «la profes­sione di gerarca». Dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia fu tra quelli che cercarono di suscitare una reazione patriot­tica e invitò i maggiori diri­genti, senza grande successo, a impegnarsi in una campa­gna di conferenze attraverso il Paese. Quando apprese, alla vi­gilia del Gran Consiglio, che Dino Grandi aveva preparato un ordine del giorno contro Mussolini, scrisse e propose a sua volta una mozione che rendeva omaggio al re, ma era sostanzialmente mussolinia­na. E la mattina del giorno do­po, a Palazzo Venezia, sosten­ne, nel corso di un lungo collo­quio con Mussolini, che l’ordi­ne del giorno votato durante la notte doveva considerarsi privo di qualsiasi validità. Fi­no al pomeriggio del 25 lu­glio, quindi, Scorza fu un fasci­sta leale e inflessibile.
Il primo mutamento appar­ve nel tardo pomeriggio quan­do il segretario del partito ap­prese che Mussolini, dopo l’udienza con Vittorio Ema­nuele III, era stato arrestato. La sua prima mossa fu quella di prendere contatto con il co­mando generale dell’Arma dei Carabinieri dove apprese di es­sere al primo posto fra coloro di cui il maresciallo Badoglio aveva ordinato l’arresto. Nella sua grande opera sulla Storia della Repubblica di Salò, edita da Einaudi, lo storico inglese Frederick W. Deakin scrive che Scorza si difese osservan­do che «il suo arresto avrebbe lasciato i fascisti senza ordini e senza guida e avrebbe scate­nato una guerra civile». L’ar­gomento convinse il coman­do dei Carabinieri che lo la­sciò libero; e Scorza si sdebitò impartendo alle sedi del parti­to l’ordine di non prendere al­cuna iniziativa.
Fu quell’ordine, insieme a una lettera diretta a Badoglio nei giorni successivi, che fece di lui, dopo l’8 settembre, un «traditore». Durante la Repub­blica di Salò venne arrestato e processato a Parma. E sarebbe stato molto probabilmente condannato se Mussolini non fosse intervenuto fermamen­te in suo favore dichiarandolo «onesto». Deakin s’interroga sulle ragioni di questa clemen­za e avanza l’ipotesi che «Scor­za sapesse troppe cose e che la farsa del processo fosse stata concordata precedentemen­te ». Liberato, fu catturato do­po il 25 aprile dai partigiani, ma riuscì a fuggire e riparò in Argentina per parecchi anni. È morto in Italia nel 1988.


Lunedi' 19 Ottobre 2009
POLANSKI ALLA SBARRA UN PROCESSO TARDIVO
Il caso del regista Roman Polanski è davvero molto penoso. Sul piano umano, è triste che una persona di 76 anni venga perseguita per un reato che ha commesso trent’anni prima. Sul piano sociale, la mobilitazione del mondo del cinema a difesa di un suo appartenente evidenzia, se mai ce ne fosse bisogno, come gli atteggiamenti di critica sociale che il cinema pretende di esprimere guardino non all’etica ma al botteghino.
Infine, il più penoso di tutti è l’atteggiamento che si esprime nell’assunto: gli stupratori non sono tutti uguali. Se si considera che in Italia è stato condannato a due anni un uomo reo di avere messo le mani sulle natiche di una donna appare chiaro il paradosso di difendere chi ha abusato di una ragazzina tredicenne.
Francesco Deambrois , | deambrois@gmail.com

Caro Deambrois,
Anche a me non è piaciu­to lo spirito con cui al­cuni intellettuali, uomi­ni politici e rappresentanti del mondo dello spettacolo sono accorsi alla difesa di Roman Polanski. Lo hanno fatto con spirito di corporazione e, im­plicitamente, con la convinzio­ne romantica che il genio ab­bia diritto alle sue sregolatez­ze: un atteggiamento che in questa vicenda mi è parso completamente fuori luogo.
Debbo confessarle tuttavia che altri aspetti di questa sto­ria mi sono piaciuti ancora me­no. Non mi è piaciuta ad esem­pio l’improvvisa insistenza del procuratore californiano in un caso che, a giudicare dalle cir­costanze, era stato per molti anni informalmente archivia­to. Non mi è piaciuto che la magistratura svizzera abbia te­nuto in prigione sino al ricove­ro in ospedale, prima di pro­nunciarsi sulla richiesta di estradizione, un uomo che ri­siede nella Confederazione e avrebbe potuto facilmente ot­tenere gli arresti domiciliari. In un articolo apparso sul Ri­formista del 1° ottobre Franco Debenedetti osserva che la Svizzera è sempre stata «terra d’asilo» e si chiede se l’atteg­giamento assunto verso Polan­ski non abbia qualche rappor­to con le difficoltà della Confe­derazione dopo l’offensiva del Tesoro americano contro i con­ti segreti di una delle maggiori banche svizzere. Non mi è pia­ciuto infine che un vecchio rea­to venga giudicato oggi con criteri alquanto diversi da quelli che prevalevano nel pe­riodo in cui fu commesso. Sa­rebbe giusto ricordare che gli anni Settanta furono quelli del­la «liberazione» sessuale, del­l’amore libero, dei «figli dei fiori», delle battaglie per la le­galizzazione della droga. Sareb­be giusto osservare che la vitti­ma, a quanto pare con l’assen­so della madre, frequentava re­gisti e produttori cinematogra­fici nella speranza di un provi­no. Un articolo recente del New York Times ricorda che in «Manhattan», un film del 1979, una ragazza dice all’uo­mo di cui è l’amante da qual­che anno (Woody Allen nella parte di un quarantaduenne sceneggiatore televisivo): «Og­gi ho compiuto 18 anni. Sono legale eppure mi sento ancora una ragazzina». Si potrà osser­vare che la Lolita di Woody Al­len, a differenza della tredicen­ne di Polanski, era consenzien­te. Per questo appunto Polan­ski, se non fosse fuggito, avrebbe passato in prigione 41 giorni. Oggi, tuttavia, non se la caverebbe probabilmente con meno di cinque anni.
È questa la ragione per cui esistono (e dovrebbero essere restaurate là dove sono state soppresse) le prescrizioni. An­che la morale è soggetta alle mode, agli umori del tempo, alle correnti di opinione. Noi stiamo attraversando oggi, a dispetto di certe libertà e licen­ze conquistate negli ultimi trent’anni, un periodo partico­larmente puritano. E la senten­za di Polanski, se venisse estra­dato, sarebbe puritana. Ma ciò che appare giusto oggi non sa­rebbe stato giusto 33 anni fa.

Domenica 18 Ottobre 2009
LA CHIESA E I SUOI DIRITTI IN ITALIA E NEGLI USA
L’inizio del suo articolo, pubblicato sul Corriere del 18 ottobre, «Quel sogno fallito di Cavour» («Il testamento biologico, la pillola Ru486, l’insegnamento religioso nelle scuole...») sembrerebbe negare alla Chiesa cattolica il diritto-dovere di ricordare ai politici cattolici di opporsi alle violazioni della vita, dell’educazione religioso-civile ecc., secondo la Parola di Dio e la sua dottrina. Ho interpretato male tale articolo? Le sarei grato di un chiarimento.
Luigi Silvano Filippi , | filippi.lanza@tin.it

Caro Filippi,
Credo di poterla tran­quillizzare. Non ho ne­gato alla Chiesa alcun «diritto-dovere». Per un libe­rale, quali che siano le sue cre­denze religiose, la Chiesa cat­tolica ha il diritto di battersi per le sue convinzioni e di esprimere a voce alta in qual­siasi momento le sue prefe­renze sui grandi temi morali della società contemporanea. Ha anche il diritto di dare istruzioni agli uomini politici della sua fede? Sono troppo realista per ignorare che il rapporto dell’Italia con la Chiesa è molto diverso da quello di qualsiasi altro Paese cattolico e che la pace religio­sa della società italiana meri­ta qualche sacrificio. Ma non mi chieda di essere felice e soddisfatto quando leggo che il sottosegretario alla presi­denza del Consiglio, nel bel mezzo del «caso Boffo», è an­dato a Viterbo per una udien­za papale durata, a quanto pa­re, un minuto. E non mi chie­da di esserlo quando appren­do che il presidente del Consi­glio ha «dirottato» un aereo per rendere omaggio al ponte­fice in partenza per Praga. So che lo Stato italiano è concor­datario, quindi non laico, e che il principio della separa­zione è stato spesso enuncia­to, mai applicato. Ma ho l’im­pressione che gli interventi della Chiesa nella politica ita­liana siano diventati, in que­sti ultimi tempi, sempre più numerosi e che siano obietti­vamente incoraggiati dall’at­teggiamento ancillare di una parte del mondo politico.
Penso con una certa invi­dia quindi al discorso che John F. Kennedy pronunciò a Houston nel settembre del 1960, due mesi prima delle elezioni presidenziali. Ecco il passaggio più importante: «Credo in una America in cui la separazione della Chie­sa e dello Stato è assoluta, in cui nessun prelato cattolico dica al presidente (se è cattoli­co) che cosa fare, e nessun pa­store protestante dica ai suoi parrocchiani per chi votare; un Paese in cui nessuna Chie­sa o scuola confessionale rice­va fondi pubblici o goda di privilegi, dove a nessuna per­sona venga negato l’accesso alla vita pubblica perché la sua religione è diversa da quella del presidente che ha il diritto di nominarlo o degli elettori che potrebbero eleg­gerlo. Credo in una America che non è ufficialmente né cattolica, né protestante, né ebrea, nella quale nessun uo­mo pubblico chiede o accetta istruzioni, su questioni di pubblico interesse, dal Papa, dal Consiglio nazionale delle chiese o da qualsiasi fonte ec­clesiastica, dove nessun orga­no religioso cerca d’imporre la propria volontà diretta­mente o indirettamente sulla popolazione o sugli atti pub­blici dei suoi funzionari, e do­ve la libertà religiosa è così in­divisibile che ogni azione con­tro una Chiesa è un’azione contro tutte».


Sabato 17 Ottobre 2009
PERCHÉ TANTE PAROLE INGLESI IN BOCCA A MOLTI ITALIANI
Con la diffusione di Internet gli italiani non hanno mai parlato tanto inglese. Ormai si fa del multitasking, ci ritroviamo nei social networks, googliamo i nomi delle persone e twittiamo notizie quando non tagghiamo le foto postate sul web. Nessuno si vergogna che un ministero venga chiamato del Welfare— guidato da un partito che sventola bandiera nazionalpadana e vorrebbe imporre l’esame di italiano agli immigrati — o che si adottino termini come tutor (tra l’altro latino) nelle scuole, per non parlare della legge sulla privacy; e che dire del presidente del Consiglio chiamato premier e del mister che guida la nazionale? Mi colpisce invece l’esempio dei cugini francesi che difendono la loro lingua a spada tratta, creando parole per sostituire quelle inglesi; e mi domando che fine farà la nostra lingua.
Enrico Ponzone , | ponzone@gmail.com

Caro Ponzone, gli importatori di paro­le inglesi e i fabbrican­ti di neologismi non sono soltanto i navigatori di Internet. All’origine del feno­meno vi sono alcuni gruppi sociali che contribuiscono in modo determinante ai muta­menti della lingua italiana. Sono finanzieri, agenti di bor­sa, stilisti, disegnatori indu­striali, esperti di relazioni pubbliche, impresari della moda e della comunicazione, organizzatori di conferenze e seminari, funzionari di azien­de particolarmente impegna­te nel campo delle nuove tec­nologie. Hanno spesso studia­to all’estero, hanno coltivato discipline in cui il lessico an­gloamericano è diventato dominante e sono general­mente occupati in attività che hanno carattere interna­zionale. Sono queste perso­ne, uomini e donne, che fan­no un largo uso di termini an­gloamericani appresi nel cor­so dei loro studi e del loro la­voro. In parecchi casi non cer­cano di tradurre o di utilizza­re un termine italiano equiva­lente perché la parola inglese definisce spesso funzioni e strumenti, soprattutto in campo economico e finanzia­rio, che sono stati ideati al di là dell’Atlantico o della Mani­ca. Ma in molti casi dietro l’uso della parola straniera vi è un certo compiacimento snobistico. Questi italiani po­trebbero servirsi di una paro­la della loro lingua, ma prefe­riscono ostentare le loro co­noscenze linguistiche, le loro frequentazioni internaziona­li, la loro «modernità». Do­vrebbero rendersi conto che questo abuso di esotismi li rende poco comprensibili per una larga parte della società. Ma sono convinti che «parla­re difficile» sia un segno d’in­telligenza e di superiorità, e trovano effettivamente perso­ne che cercano d’imitarli, ma­gari storpiando la parola stra­niera o usandola a sproposi­to. Il risultato è un diluvio di parole straniere, male pro­nunciate, male comprese e molto spesso inutili. Come lei ricorda, i francesi invece hanno affidato all’Aca­démie il compito di difende­re la lingua e di elaborare, per ogni neologismo inglese, una parola francese. È questione di carattere, di orgoglio nazio­nale, di attaccamento alla pro­pria lingua: virtù più diffuse a nord delle Alpi. Ma non bi­sogna dimenticare che tra il francese e l’italiano esiste una importante differenza. Il francese rimane tuttora, no­nostante le perdite subite ne­gli ultimi decenni, una lingua di comunicazione mondiale, quindi un capitale da preser­vare e proteggere anche per ragioni politiche. L’italiano è una lingua nazionale con una certa diffusione in ambienti artistici, letterari ed ecclesia­stici, ma utilizzata soprattut­to dagli abitanti della Peniso­la e, privatamente, da qual­che comunità italiana all’este­ro.

Venerdi' 16 Ottobre 2009
L’AUTORITÀ DELLA CONSULTA UN PATTO FRA GALANTUOMINI
A proposito della delibera della Corte costituzionale che ha bocciato il Lodo Alfano con 9 voti contro 6, vale a dire con una maggioranza inferiore ai due terzi, le chiedo un parere e un chiarimento sulla esiguità della differenza tra voti favorevoli e contrari.
Vittorio Binda , | fertogn@tin.it

Caro Binda,
Credo di comprendere il senso della sua doman­da. Lei si chiede quale possa essere l’autorità di una sentenza che non rispecchia l’opinione di tutti i membri di un collegio giudicante che, in questo caso, si è visibilmente diviso. Le risponderò anzitutto osservando che la Corte costitu­zionale non è la bocca della veri­tà.
È una istituzione terrena composta da esseri umani scel­ti da altri esseri umani. Non è stata creata per proclamare, una volta per tutte, il vero e il falso. È stata concepita per risol­vere un problema delicato e ri­corrente delle democrazie mo­derne: quello della conformità delle leggi alle norme della Co­stituzione. Nel corso della sua storia può rendere giudizi di­versi a seconda della sua com­posizione o cambiare la sua opi­nione sulla base di nuove rifles­sioni e nuove esperienze. Ciò che maggiormente conta è il ta­cito patto con cui le forze politi­che e l’insieme del Paese si so­no accordati per rispettare le sue decisioni anche quando possono suscitare dubbi e per­plessità. Vi sono circostanze nella vita di uno Stato in cui il rispetto d’una regola condivisa è più importante della «verità» su cui comunque, da che mon­do è mondo, non siamo mai riu­sciti a metterci completamente d’accordo.
Quanto al sistema di voto nulla vieta, in linea di princi­pio, che le regole della istituzio­ne prevedano l’unanimità o un voto ponderato. Ma la regola dell’unanimità conferisce al dis­senziente, anche se isolato, un diritto di veto e finisce per para­lizzare l’attività della istituzio­ne. Guardi che cosa sta accaden­do in questi giorni nell’Unione europea (dove il Trattato di Li­sbona è tenuto in ostaggio dai capricci politici del presidente ceco) e si renderà conto dei ri­schi prodotti dalla regola del­l’unanimità. Si potrebbe, natu­ralmente, scegliere la formula del voto ponderato, ma gli Stati Uniti e altri Paesi preferiscono la maggioranza semplice e han­no spesso accettato decisioni di­scutibili (penso al computo dei voti in Florida durante le presi­denziali del 2000) anche quan­do sono state prese con un solo voto di maggioranza.
Naturalmente il rispetto del­le decisioni della Corte è fonda­to su una fondamentale presun­zione: l’autorità e la competen­za dei suoi giudici. Credo che la Corte costituzionale italiana ab­bia complessivamente meritato questo rispetto. Ma qualche mi­glioramento, forse, è possibile. Non è del tutto rassicurante, ad esempio, constatare che il giu­dice costituzionale, oltre a esse­re designato da persone o istitu­zioni che appartengono al mon­do della politica, ritorni nella società, dopo la fine del suo mandato, per ricoprire incari­chi che dipendono a loro volta da scelte politiche. Negli Stati Uniti questo inconveniente è stato eliminato dando al giudi­ce costituzionale un incarico vi­talizio. Ma vi sono altre formu­le su cui sarebbe utile riflettere, come ad esempio la determina­zione di un periodo durante il quale l’ex giudice non possa as­sumere un altro incarico. Baste­rebbero quattro o cinque anni, il tempo necessario per scrive­re un buon trattato di diritto co­stituzionale.

 
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